Il Tirreno

Pisa

INCHIESTA/QUARTIERI DI PISA

I portonesi non abitano più qui

di Giuliano Fontani
I portonesi non abitano più qui

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PISA. Si chiama Porta Fiorentina, ma solo per i giovani. Gli anziani dicono il Portone, probabilmente perché era la più grande porta della cinta daziale. Era il quartiere dei mercati e della prima stazione ferroviaria, la Leopolda. Oggi il Portone è un’altra cosa, la fotografia impietosa di una città che ha cambiato pelle. Sì, proprio la pelle dei suoi abitanti. Il saldo demografico, cioè la differenza tra il numero degli abitanti di oggi e quello di trenta-quaranta anni fa, non è in grave perdita, ma le famiglie storiche del quartiere sono state sostituite da almeno due ondate di immigrazione. Prima i meridionali, per lo più napoletani, poi gli extracomunitari per cui oggi trovare un portonese al Portone - lo dicono i pochi che hanno resistito alla sirena dei villaggi- satellite alla periferia della città - è come cercare un cecio in mare. Una diaspora.

I portonesi sono dappertutto, meno che dove sono nati e cresciuti. Le vecchie botteghe di una volta, anche quattro parrucchieri nel giro di cinquecento metri, sono chiuse. Ora ci sono locande a bassissimo prezzo e poco confort, uffici per la spedizione di denaro all’estero, altri servizi per gli immigrati, piccoli pub e pizzerie per i nuovi tempi del lavoro. Non c’è più la macelleria di Beppino Sbrana e neppure la latteria dei suoi genitori, non c’è più la pescheria di Armandino, non c’è più la polleria di Alvaro, la mesticheria del Bartolozzi, la rivendita di gomme del Tamberi, il negozio di fiori di una simpatica famiglia pratese, la piccola officina delle biciclette del gentile Tripoli, la merceria di Cesare. Soprattutto non ci sono più i bar e i circoli storici, quelli che ne hanno fatto la storia per la capacità di aggregazione. Ha chiuso per primo i battenti il circolo dei repubblicani, in via Cattaneo, poi la sezione “Brogiotti” dei comunisti. Ha chiuso il bar con il biliardo di Augusto e dei figli Egisto e Elsa, il bar di fronte degli Orsucci, con il pallaio delle bocce e le discussioni sul filo della lite tra bartaliani e coppiani, il piccolo ma accogliente bar Torino di Loreno Conticini, dove protagonista era il calcio sotto la fotografia dei caduti di Superga. Insomma un permanente “processo alla tappa” fra i tavoli della Tosca e un “Processo del lunedì” da Loreno e dalla Luisa. Hanno chiuso anche la pasticceria degli Agonigi, il forno degli Arcucci.

All’inizio di via Cattaneo c’è ancora, invece, il bar che fu di Sirio Cosci, il famoso “Pallino”, covo del Portone-nerazzurro, ma negli ultimi venti anni sono cambiate moltissime gestioni. Il Portone è rimasto senza i suoi abitanti e anche senza giovani. Perché sia difficile viverci è facile da comprendere, basta guardare il traffico di piazza Guerrazzi. Così il grande campus universitario, dopo l’occupazione del centro storico, si è allungato su un quartiere che i suoi abitanti lasciavano volentieri, nonostante vi fossero affezionati. Perché il Portone non è mai stato periferia, pur senza essere tra le mura della città. Quelli che furono i portonesi oggi li ritrovi a far shopping in Borgo e in corso Italia, a fare la spesa al mercato di piazza delle Vettovaglie, gli sportivi all’Arena o a San Rossore. Tutti ne parlano con nostalgia per quella sicurezza che dava la conoscenza di tutti, una familiarità paesana con tanta solidarietà (lo si vide al tempo del famoso “scioperone” alla Piaggio) e senza segreti, la fiducia nel lasciare le chiavi nella serratura della porta o del motorino. Ragazzi, a quel tempo, cresciuti giocando a calcio sul campino del Matucci, in golena d’Arno, nei giardinetti e tra gli alberi del ponte della Vittoria e, quando andava bene, nel prato del Triglia, dietro il mercato all’ingrosso della frutta. Relazioni semplici ma vissute con entusiasmo, come la rivalità con i coetanei delle case popolari della “Cella” che si esaltava nelle partite di calcio del primo maggio e nel formare l’equipaggio della “rossa” per la regata di San Ranieri.

Anche la politica, al Portone, non aveva diviso le famiglie: una forte presenza operaia, per lo più dipendenti della Saint Gobain, della Piaggio, della locale fornace Antonini, della fabbrica dei fiammiferi di Putignano che premiava comunisti, socialisti e repubblicani con la quale non aveva difficoltà a fare i conti monsignor Renato Corsi e la piccola comunità cattolica che raccoglieva intorno alla chiesa e al circolo delle Acli, dove si formò l’unico sodalizio sportivo del tempo, la polisportiva San Marco. Adesso non c’è più neppure la polisportiva e forse neppure la festa del quartiere, il 13 dicembre, giorno di Santa Lucia, con le bancarelle, i croccanti e lo zucchero filato, qualche petardo dei soliti ragazzacci e alla sera timidi fuochi d’artificio.

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