Il Tirreno

Pisa

nuovo modello di assistenza

Medici tuttologi? No, grazie

Gian Ugo Berti
Una veduta dall’alto del polo ospedaliero a Cisanello
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Una veduta dall’alto del polo ospedaliero a Cisanello

È in fase di sviluppo, secondo il Servizio sanitario nazionale, l'organizzazione dell'assistenza ospedaliera "per intensità di cure". Non più singoli reparti specialistici, ma raggruppando i pazienti per livello di gravità. Non tutti, però, sono d'accordo con questa innovazione

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PISA. È in fase di sviluppo, secondo il Servizio sanitario nazionale, l'organizzazione dell'assistenza ospedaliera "per intensità di cure". Non più singoli reparti specialistici, ma raggruppando i pazienti per livello di gravità. Non tutti, però, sono d'accordo con questa innovazione. Infatti, la Federazione italiana di cardiologia paventa rischi legati al livello della qualità di cure.

Critico è anche il direttore dell'Unità operativa universitaria di cardiologia all'Azienda ospedaliera universitaria pisana, prof. Mario Marzilli.

Cosa andrà a sparire con il nuovo sistema di cure?
«Scompariranno i classici reparti specialistici: cardiologia, pneumologia, gastroenterologia, etc. Si arriverà a un insieme di aree: un'area critica o intensiva, una sub-critica o sub-intensiva, etc. A ciascun medico e infermiere sarà affidato il numero massimo dei pazienti previsti dagli attuali standard con una riduzione di costi».

Quali saranno i rischi?

«Lo stesso medico o infermiere dovrà occuparsi contemporaneamente di un infartuato, di un coma diabetico, di una crisi asmatica e di chissà cos'altro».

Come si potrà configurare l'assistenza ospedaliera?
«Le malattie cardiovascolari sono la principale causa di morte nei Paesi industrializzati e in Italia si verificano 150-250.000 nuovi casi di infarto ogni anno. L'innovazione non è stata né la scoperta di un nuovo farmaco né una nuova tecnica chirurgica, bensì l'avvento delle unità coronariche: aree dedicate esclusivamente alla cura del paziente con infarto acuto, affidate ad operatori medici ed infermieri esperti delle competenze necessarie a reagire con estrema prontezza alle emergenze cardiologiche. La mortalità è scesa a meno d'un terzo rispetto ai livelli precedenti la loro introduzione. Nessuno garantisce che, cambiando, si manterranno tali livelli d'efficacia».

Forse l'impostazione professionale non si adatterebbe subito al nuovo?
«Il responsabile di un'area critica in un ospedale per intensità di cura può avvalersi della consulenza degli specialisti, ma un conto è la gestione diretta e responsabilizzata di un paziente ed un altro è la gestione "per interposta persona". Ci sono cardiologi che seguono esclusivamente i pazienti con scompenso cardiaco, altri che si occupano dei pazienti con gravi aritmie. È una condizione per garantire l'eccellenza assistenziale».

Ci sarà un'inversione forzata della medicina tradizionale?
«La sensazione è che l'intensità di cura possa respingere la medicina italiana verso la "tuttologia"».

Quali sono allora le vostre proposte?
«È insostenibile mantenere piccole strutture specialistiche sul territorio. Il tempo dell'ospedale completo di tutto e sotto casa è finito per sempre. Sotto certi volumi, la qualità dell'assistenza peggiora e certe grandi apparecchiature non si possono nemmeno "ammortizzare". Invece d'ammucchiare in un ambiente pazienti con problematiche profondamente diverse (anche se tutte "critiche"), si potrebbero concentrare i pazienti con una determinata patologia in un'unica sede. Distribuendo queste strutture sul territorio in maniera intelligente (e già ci sono), si potrebbe ottimizzare l'uso delle risorse».

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