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Rimpatri? Solo con un lavoro sicuro

Carlo Bartoli
Rimpatri? Solo con un lavoro sicuro

La comunità senegalese cauta sulle proposte del sindaco: non accettiamo soldi

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PISA. «Non ci facciamo rispedire a casa con una manciata di soldi. Chi tornerà in patria, lo farà solo se sarà possibile farlo con dignità, potendo lavorare e campare con i frutti del proprio mestiere».
 Diop Mbaye, presidente del Casto, il coordinamento delle associazioni senegalesi in Toscana, gela gli entusiasmi suscitati dall’annuncio dell’iniziativa del sindaco di Pisa Marco Filippeschi tesa a favorire il ritorno a casa di tanti senegalesi.

 E gela anche le speranze di esportare la soluzione pisana anche in altre aree della Toscana dove si trovano tra gli otto e i diecimila cittadini del Senegal, concentrati soprattutto nelle aree di Firenze, Pisa e Livorno. Dopo l’ordinanza contro i borsoni, tanto contestata, il progetto per imparare un lavoro e promuovere un rientro incentivato in Africa sembrava aver rasserenato il clima, ma tra i senegalesi c’è ancora molta diffidenza.
 
Come giudica il progetto pisano? Rappresenta davvero una svolta virtuosa nella gestione del problema dell’immigrazione?

 «Ce lo auguriamo tutti, sia per il nostro bene che per quello di Pisa. Quando si mettono a disposizione strumenti per gli stranieri è sempre un buon segnale. Per ora, però, è tutto a livello teorico. Il progetto è interessante e ci siamo impegnati a dare tutta la nostra disponibilità, ma è presto per dire se sarà un successo».
 
Alcuni esponenti della comunità pisana avevano fatto intendere che c’è un fortissimo interesse. Non è così?

 «Aspettiamo a dare giudizi, è ancora presto. In questo momento non sappiamo quanti accetteranno di partecipare al progetto. Su una cosa vogliamo essere chiari: noi non vogliamo che qualcuno ci paghi il biglietto di ritorno o ci dia un po’ di soldi per mangiare qualche settimana. Vogliamo progetti costruttivi, che ci consentano di trovare sul serio un lavoro e che ci permettano di vivere in maniera dignitosa. Vogliamo dei progetti veri, per creare occupazione che dura nel tempo».
 
Ma come, prima un’accoglienza entusiastica e adesso il gelo?

 «E’ stato detto che in questo modo Pisa si svuoterà di senegalesi, ma non penso proprio che ciò accadrà. Se il progetto sarà costruito bene potranno tornare a casa alcune decine di connazionali. Non parlerei di centinaia di casi. Stiamo ancora effettuando il censimento e a nessuno è stato ancora prospettato niente di preciso».
 
Si dice che i senegalesi pensano sempre al ritorno. Non è vero?
 «E’ vero, anche se ci troviamo bene qui, noi pensiamo sempre che un giorno torneremo a casa. Il 90% di noi, anche chi qui ha famiglia e perfino chi si è sposato con un’italiana, pensa che prima o poi tornerà».
 
Chiedete dei progetti seri, soprattutto per imparare a coltivare la terra?

 «Sì, ma non solo. L’agricoltura è il settore più richiesto, anche perché rispecchia la nostra attività tradizionale, ma ci sono persone che hanno imparato a fare il meccanico, il falegname, quelli che hanno lavorato in conceria. Bisogna pensare anche a loro e formare delle professionalità che servano al Senegal. Certo, l’agricoltura va bene, anche perché il nostro governo ha lanciato un piano per combattere la fame e garantire l’autosufficienza alimentare».
 
Resta comunque il fatto che questo è il primo progetto del genere che si cerca di avviare in Italia.

 «Noi mettiamo la massima disponibilità, ma bisogna fare presto, anche perché con l’ordinanza antiborsoni ci sono decine e decine di connazionali che patiscono la fame e che non hanno soldi per pagare l’affitto».
 
Prima è arrivato il bastone, ma ora arriva la carota: non va bene?

 «Io spero che Filippeschi vada avanti sulla strada del dialogo e non usi solo il pugno duro come quando ha firmato l’ordinanza».
 
Finora si sono tentate altre iniziative di integrazione, come le giudica?

 «L’esperienza di Firenze di creare un mercatino etnico può essere positiva, a patto che queste iniziative non vengano allestite in aree isolate e si trasformino in piccoli ghetti. I mercatini non devono consentire solo a noi senegalesi di lavorare, ma devono promuovere il nostro artigianato. A Livorno, ad esempio, il sindaco Cosimi ha fatto cose molto positive, anche perché ha sempre scelto la via del dialogo. Al mercato di piazza Cavallotti, ad esempio, ci sono degli spazi riservati agli immigrati: questa sì che è un’iniziativa innovativa che rivitalizza il commercio. Così bisognerebbe fare ovunque: posti riservati, ovviamente non solo a noi senegalesi e solo per coloro che sono in regola con i permessi».
 
L’unica prospettiva è il commercio?

 «No, occorre cercare di incentivare la formazione di cooperative di immigrati che permettano un inserimento stabile nel mercato del lavoro e sviluppare iniziative di autoimprenditorialità».

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