Per lavarsi fanno il bagno in Arno
Storie e miserie alla periferia della città seguendo la pista ciclabile lungo l'Arno. Prima accampamenti e degrado, poi orti e colture ordinati e rigogliosi
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La città che non conosci puoi incontrarla quasi per caso, anche in una domenica pomeriggio d’estate, percorrendo una delle piste ciclabili lungo l’argine dell’Arno.
Quando la calura è forte, il solleone certo si tollera meglio in riva al mare. Ma il rumore del popolo bagnante e l’affollamento sicuro e stressante sulle strade del rientro sono dei convincenti consiglieri per starsene alla larga. E allora salire su due ruote, con i gradevoli rumori del fruscio delle pedalate e del calpestìo delle gomme, col vento che stempera un po’ i pizzichi sulla pelle dei raggi, ecco che la sensazione della sana attività fisica immerso nella natura è a dir poco gratificante.
Ed è man mano che ti allontani dall’abitato che ti viene incontro la città che non conosci. E purtroppo anche la città che non vorresti. Si rivela qualche pedalata dopo il “tondo”, in fondo alle Piagge, sotto il ponte delle Bocchette. Credi di essere vicino al Gange, ma non sono abluzioni purificatrici e mistiche, quel che vedi è un bagno di grandi e piccoli armati di saponi e sciampo. In Arno.
Sì, non credi ai tuoi occhi, ma è così. Si lavano in Arno! E ci pucciano anche i piccoli come se colibatteri, scorie organiche, residui chimici fossero leggende metropolitane. Il perché del rito è presto scoperto. Nascosti dalla vegetazione rigogliosa del bordo fiume e dai pilastri del ponte, improbabili villaggi e cioè accampamenti di lamiere e cartoni (anche se a non grande distanza qualche auto luccica), rivelano gruppi di famiglie di residenti più o meno permanenti.
Cogli, a parte la toilette in Arno, anche qualche attimo di vissuto normale, come la passeggiata con il carrozzino del bimbo tra i campi, o il riposo sotto le frasche o il gruppo di ragazzi che vòcia a poca distanza da un radione stereo che diffonde musica slava, alla Goran Bregovic per intenderci.
Per fortuna, anche sulla pista ridotta e invasa da arbusti e ciuffi di erba selvatica, la pedalata può ritmare spedita. E allora le immagini del degrado, dei rifiuti ammassati, della miseria, scorrono via presto. La campagna si apre, il fiume è libero, la vegetazione impera.
Poi, ancora più lontani dall’abitato, lasciati alle spalle anche i cantieri dei nuovi padiglioni di Cisanello e gli impianti tecnologici e luccicanti di cromature che fanno funzionare l’ospedale, la pista corre in cima al terrapieno dell’argine e se da un lato è un discreto susseguirsi di villette e case coloniche ristrutturate, colpisce l’improvvisa pulizia del nastro ciclabile: erba rada, arbusti potati, sembra che il giardiniere comunale vi sia appena passato.
Ma per capire tanto ordine, basta guardare verso l’argine. A ridosso della riva al posto di canneti caotici, siepi selvatiche, sfila una ininterrotta sequenza di orti tenuti perfettamente, rigogliosi, precisi. Colture basse e alberi da frutta che sembrano usciti dal parrucchiere; viottoli disegnati e curati e ortaggi da esposizione. E allora ti viene il dubbio che tanta civiltà sia responsabile anche del decoro che qui assume la pista ciclabile. Ma anche quello che questi orti non siano censiti, che i coltivatori benemeriti di questo angolo di natura non siano proprietari degli appezzamenti.
Così la città che non conosci ti svela l’esistenza di occupanti dei margini del fiume. Molto diversi tra loro, così come sono diversi gli effetti della loro opera. Almeno però al cinquanta per cento questa terra di nessuno viene ritenuta di tutti e quindi anche propria. Da curare, preservare. Mentre, quando i pedali ti riportano in città, è triste osservare che strade e vicoli storici, monumenti e verde pubblico, non sono amati da nessuno.
Poveri o ricchi, diventiamo tutti rom del fiume. (g.bor.)
Quando la calura è forte, il solleone certo si tollera meglio in riva al mare. Ma il rumore del popolo bagnante e l’affollamento sicuro e stressante sulle strade del rientro sono dei convincenti consiglieri per starsene alla larga. E allora salire su due ruote, con i gradevoli rumori del fruscio delle pedalate e del calpestìo delle gomme, col vento che stempera un po’ i pizzichi sulla pelle dei raggi, ecco che la sensazione della sana attività fisica immerso nella natura è a dir poco gratificante.
Ed è man mano che ti allontani dall’abitato che ti viene incontro la città che non conosci. E purtroppo anche la città che non vorresti. Si rivela qualche pedalata dopo il “tondo”, in fondo alle Piagge, sotto il ponte delle Bocchette. Credi di essere vicino al Gange, ma non sono abluzioni purificatrici e mistiche, quel che vedi è un bagno di grandi e piccoli armati di saponi e sciampo. In Arno.
Sì, non credi ai tuoi occhi, ma è così. Si lavano in Arno! E ci pucciano anche i piccoli come se colibatteri, scorie organiche, residui chimici fossero leggende metropolitane. Il perché del rito è presto scoperto. Nascosti dalla vegetazione rigogliosa del bordo fiume e dai pilastri del ponte, improbabili villaggi e cioè accampamenti di lamiere e cartoni (anche se a non grande distanza qualche auto luccica), rivelano gruppi di famiglie di residenti più o meno permanenti.
Cogli, a parte la toilette in Arno, anche qualche attimo di vissuto normale, come la passeggiata con il carrozzino del bimbo tra i campi, o il riposo sotto le frasche o il gruppo di ragazzi che vòcia a poca distanza da un radione stereo che diffonde musica slava, alla Goran Bregovic per intenderci.
Per fortuna, anche sulla pista ridotta e invasa da arbusti e ciuffi di erba selvatica, la pedalata può ritmare spedita. E allora le immagini del degrado, dei rifiuti ammassati, della miseria, scorrono via presto. La campagna si apre, il fiume è libero, la vegetazione impera.
Poi, ancora più lontani dall’abitato, lasciati alle spalle anche i cantieri dei nuovi padiglioni di Cisanello e gli impianti tecnologici e luccicanti di cromature che fanno funzionare l’ospedale, la pista corre in cima al terrapieno dell’argine e se da un lato è un discreto susseguirsi di villette e case coloniche ristrutturate, colpisce l’improvvisa pulizia del nastro ciclabile: erba rada, arbusti potati, sembra che il giardiniere comunale vi sia appena passato.
Ma per capire tanto ordine, basta guardare verso l’argine. A ridosso della riva al posto di canneti caotici, siepi selvatiche, sfila una ininterrotta sequenza di orti tenuti perfettamente, rigogliosi, precisi. Colture basse e alberi da frutta che sembrano usciti dal parrucchiere; viottoli disegnati e curati e ortaggi da esposizione. E allora ti viene il dubbio che tanta civiltà sia responsabile anche del decoro che qui assume la pista ciclabile. Ma anche quello che questi orti non siano censiti, che i coltivatori benemeriti di questo angolo di natura non siano proprietari degli appezzamenti.
Così la città che non conosci ti svela l’esistenza di occupanti dei margini del fiume. Molto diversi tra loro, così come sono diversi gli effetti della loro opera. Almeno però al cinquanta per cento questa terra di nessuno viene ritenuta di tutti e quindi anche propria. Da curare, preservare. Mentre, quando i pedali ti riportano in città, è triste osservare che strade e vicoli storici, monumenti e verde pubblico, non sono amati da nessuno.
Poveri o ricchi, diventiamo tutti rom del fiume. (g.bor.)
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