Il Tirreno

Il personaggio

«Per il Golfo mi ispiro ai Suns»

di Paolo Federighi
Damiano Cagnazzo alla gara d’esordio con la Solbat (foto PaBar)
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Damiano Cagnazzo alla gara d’esordio con la Solbat (foto PaBar)

L’intervista Damiano Cagnazzo, il coach che ha rivoluzionato il gioco della Solbat. «Ho studiato Mike D’Antoni e la sua Phoenix: giocavano andando a cento all’ora»

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PIOMBINO. «Essere un uomo d’altri tempi è bello. Questione di carattere, educazione ed esperienze». Lui lo è. Marchigiano doc, è sposato con Sara, con cui sta insieme da quando aveva 18 anni e con la quale ha due figli: Marcello di 9 anni e Marta di 5. Dopo ogni partita va da loro e a trovare i suoi genitori e la sorella Alessia che gli ha dato «quattro splendide nipotine». Il martedì mattina però è già tempo di tornare a Piombino, per riprendere il lavoro con la professionalità che lo contraddistingue. E con la voglia di far divertire il pubblico. Perché se c’è qualcuno che davvero può dirsi l’artefice dell’eccelso gioco del Basket Golfo – che sta lottando per entrare nei playoff per la promozione in serie A2 – quello è proprio Damiano Cagnazzo.

Alto 1, 95 ed ex giocatore in serie C a Macerata e Porto Sant’Elpidio, ha smesso a 27 anni per due gravi infortuni (rottura del legamento crociato di entrambe le ginocchia, a 23 e a 25 anni). Nato il primo agosto 1981 a Macerata, dov’è cresciuto e vive con la sua famiglia, ha iniziato lì facendo da assistente a 21 anni su idea che gli suggerì l’allora suo compagno di squadra Marco Caldarelli. Allenatore di base a 23 anni e allenatore nazionale a 29, a 41 anni ha già alle spalle 5 anni da head coach in serie A2 con Jesi e San Severo. Dopo il Liceo scientifico ha dato dieci esami in scienze della comunicazione ma non si è laureato. «È un mio cruccio – ammette – ma non è mai troppo tardi». Degli insegnamenti dei genitori invece ne tiene impressi due: essere sempre onesto ed evitare ogni scorciatoia.

Gli piace vivere di cose semplici e ama leggere sia in italiano che in inglese romanzi, romanzi storici e thriller, oltre che i testi sul basket. Perché fare l’allenatore ad un certo livello significa studiare sempre: non solo i testi ma squadre e giocatori. E poi creare schemi, approntare difese, pensare una mossa “in corsa”. Significa fare da scorta ai propri atleti nei momenti difficili, proprio come quel diavolo d’un Cagnazzo che troviamo nel XXII canto dell’Inferno a scortare, insieme agli altri diavoli, Dante e Virgilio. Poi, tanto lavoro sul campo, instancabile, come sa farlo lui con le sue squadre. Ama anche il cinema e la tecnologia. Così come anche la musica rock di Led Zeppelin, Deep Purple e degli U2.

Coach Cagnazzo, com’è coi suoi giocatori fuori dal campo?

«Siamo persone e cerco di avere rapporti veri e sinceri con loro anche dopo che le partite si concludono».

Quant’è importante per lei la sua famiglia?

«È la cosa più importante che ho, per la quale sono disposto a fare di tutto. Il mio lavoro, purtroppo, mi porta a perdermi tanti bei momenti con mia moglie e i miei figli. È un aspetto che vorrei cambiare».

Che adolescente era?

«Con i capelli lunghi fin sulle spalle, abbastanza silenzioso e chiuso, già molto alto e con qualche problema, proprio per questo, con il mio corpo. Verso i 15-16 anni ho avuto il mio momento di ribellione: ho fatto stupidaggini come tutti, certo, ma mai gravi».

L’altruismo è l’assist della vita?

«Spesso non ci accorgiamo di quanto di buono ci torni indietro facendo le cose per gli altri. E la soddisfazione altrui ti rende felice».

Le sue squadre del cuore in Italia e in Nba? E i suoi idoli?

«In Italia la Scavolini Pesaro,punto di riferimento della mia regione di origine. Negli Usa, direi i Chicago Bulls: non a caso il mio idolo come giocatore è Michael Jordan. Tra gli allenatori ce ne sono diversi: Ettore Messina, Phil Jackson, John Calipari, Rick Pitino e anche altri».

Chi ha ispirato il suo modo di fare basket così intenso e veloce?

«I Phoenix Suns di coach Mike D’Antoni dei primi anni 2000. Intensi, giocavano a cento all’ora. Guardandoli ho provato a mettere in pratica quel gioco. Sono stati i primi a tenere quel ritmo. Ora molte squadre giocano così, sia in Italia che nel resto d’Europa e anche in Nba».

Quali sono le differenze tra Europa e Usa nel basket?

«Sono di approccio: in Eurolega ogni partita è complicata dal giocare in campi così tanto appassionati, mentre nella Nba le aspettative dei tifosi sono diverse. Ci sono poi anche regole diverse e sistemi di gioco differenti. Il fatto che tanti giocatori Nba siano europei fa capire come il basket sia uno sport globale. Il fatto che negli Usa poi ci siano 340 college che permettono di studiare e fare sport ad alto livello è qualcosa di unico».

Pensa che il tiro da 3 abbia cambiato il basket?

«No. È la fisicità ad averlo cambiato. Il tiro da 3 è un’esigenza scaturita dal miglioramento fisico-atletico dei giocatori. Ora vediamo cestisti di 2, 05 metri giocare guardia, cosa impensabile anni fa. Il tiro da 3 è quindi un’arma importante per aprire il gioco e bisogna capire come poterla utilizzare al meglio».

Ama altri sport?

«Mi piacciono tutti gli sport e mi informo più che posso. A volte li seguo anche con l’occhio dell’allenatore. Una volta, dopo aver assistito ad un allenamento della Nazionale under 18 di rugby a Roma, pensai di sperimentare nel basket alcune cose che vidi. Succede che le idee vengano da altri sport».

Nba, Eurolega e promozione in A2: chi vincerà?

«In Nba non saprei davvero. In Eurolega la mia favorita è l’Efes. Per la promozione in A2 vedo favorite Orzinuovi e Rieti, con Roseto che potrebbe sparigliare le carte».


 

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