Se ne parla adesso
Zinali e la medaglia mancata
Ad Atlanta 1996 il surfista arrivò dopo due infortuni: «Per me le Olimpiadi sono un sogno realizzato»
Sara Chiarei
PIOMBINO. Il sole in faccia e il vento come fedele compagno di viaggio. Uscire in mare con la vela significa accarezzare tutta la libertà del mondo e tenersela stretta insieme ad una passione che nella maggior parte dei casi cresce insieme alla persona. È il caso del piombinese Andrea Zinali, figlio d’arte (il padre Luciano ha partecipato nella vela alle Olimpiadi di Montreal 1972) salito per la prima volta a bordo di un optimist all’età di quattro anni e mai più sceso da quella che è diventata qualcosa di più di una semplice passione. L’esordio ai Giochi della Gioventù, quelli che poi sarebbero diventati campionati italiani, gareggiando per due anni con gli Optimist e per due anni con il windsurf fino ad arrivare alle Olimpiadi di Atlanta ’96 portando nell’Olimpo dello sport i colori del Centro velico piombinese.
Che ricordo ha di quell’esperienza?
«Ho vissuto le mie Olimpiadi in modo un po’ particolare – racconta – poiché venivo da due infortuni piuttosto gravi che mi costrinsero ad affrontare due interventi in pochi mesi. Quindi mentre tutti gli atleti si preparavano all’evento io mi trovavo al Coni di Roma per la riabilitazione».
E una volta arrivato al villaggio Olimpico?
«Non feci regate di preparazione ma dovetti trattenermi un mese al villaggio in America per un rodaggio , rientrai in Europa per le qualificazioni e poi tornai al villaggio per le Olimpiadi vere e proprie.
È stato un sogno che si avvera?
«In me coesistevano due stati d’animo: da una parte l’aver raggiunto la meta ambìta per ogni atleta, dall’altro l’amarezza di non essermelo potuto godere come avrei voluto per gli infortuni da cui provenivo. L’anno precedente ero arrivato terzo al mondiale e al preolimpico in Germania mi ero classificato quarto, quindi le aspettative erano alte. La consapevolezza di non poter gareggiare al 100% è una ferita che mi porto dietro e nonostante il tempo trascorso, continua a bruciare. Non posso fare a meno di pensare che se mi fossi presentato ad Atlanta al massimo della forma forse avrei portato a casa una medaglia.
Segue le Olimpiadi di Tokio?
«Sì, e sono felice che l’Italia abbia vinto l’oro nella vela, catamarano misto foiling Nacra 17 con Ruggero Tita e Caterina Marianna Banti ma in realtà seguo tutte le discipline. Spesso ci si dimentica che in molti sport se l’atleta non vince non guadagna quindi una medaglia, oltre a essere la ricompensa dei sacrifici rappresenta anche un’entrata economica».
È vero che sua figlia sta seguendo le sue orme?
«Sì, Gaia ha 13 anni e ha iniziato tre anni fa. Ha già fatto il campionato dei piccoli e quest’anno è al terzo campionato juniores. In realtà anche mio figlio più piccolo, Giacomo, è uno sportivo, lui fa pattinaggio. Sono entrambi agonisti».
Lei invece poi ha fatto prodezze anche nel ciclismo…
«Sì, ma a livello amatoriale, però mi capita di gareggiare e devo ammettere che l’atleta agonista deve essere egoista, giocare per vincere o per realizzare il miglior piazzamento possibile. E’ una continua sfida con se stessi». —
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