Il Tirreno

«Ci mancano il calcio, lo spogliatoio, il campo e il nostro pubblico Ma non ci considerano»

Francesca Lenzi
«Ci mancano il calcio, lo spogliatoio, il campo e il nostro pubblico Ma non ci considerano»

Tommaso Rocchiccioli, capitano dell’Atletico Piombino, racconta come vivono lui e i compagni questo secondo lockdown 

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L’intervista

Essere il capitano di una squadra va oltre la fascia stretta sul braccio. Va oltre anche al sorteggio a centrocampo per decidere chi batte per primo. È soprattutto l’orgoglio nel rappresentare tutti i compagni di fronte agli avversari, al pubblico, a un’idea che fa dello sport la perfetta sintesi fra agonismo e partecipazione. Tommaso Rocchiccioli è il capitano del Piombino, iscritto in Eccellenza ma fermo da ottobre, quando la seconda ondata del Covid-19 ha rimesso in pausa lo sport dilettantistico.

Tommaso, come vanno avanti le giornate in questo periodo senza calcio?

«Per fortuna il mio lavoro non si è mai fermato perché l’attività non rientrava fra le categorie per le quali era prevista la chiusura obbligatoria. Da questo punto di vista perciò non ci possiamo lamentare. Il calcio invece è completamente fermo. Ci siamo sentiti con gli altri capitani dell’Eccellenza, della Promozione e delle altre categorie di tutta la Toscana per cercare di dare una mossa a questa situazione. Per sapere qualcosa. Ecco, dall’Eccellenza compresa in giù non veniamo proprio considerati. Nessuno dice nulla e noi viviamo alla giornata. Poi c’è caso e caso. Nel mio, il calcio è una passione, per altri però può essere un lavoro e questo stop causa grosse difficoltà per mantenere le famiglie. Aspettiamo una risposta dalla federazione. Un’ipotesi prevede la ripartenza con tamponi ogni settimana. Lì tuttavia torna il problema delle varie casistiche. Io, per capirsi, ho un lavoro diverso dal calcio e non potrei restare in casa dal giorno del tampone fino alla partita della domenica. Sono incognite che per ora non trovano soluzione».

Ma la volontà è quella di ripartire?

«Alcuni giocatori, come me, hanno voglia di ripartire. Abbiamo sempre giocato a pallone e smettere così dal niente è brutto. Soprattutto sono gli allenamenti a mancare, il vivere lo spogliatoio. Al momento potremmo ricominciare ad allenarci, ma non ha senso senza avere un’idea di ripartenza, e comunque sarebbero sedute senza contatto e senza l’uso della doccia. Qui la problematica è soprattutto per i compagni di squadra che vengono da fuori, con relativi rimborsi per i trasporti e quant’altro. Ecco, penso che a soffrire in questo periodo siano soprattutto le società. Non hanno entrate e stanno infatti chiedendo al Coni e alla Federazione una garanzia anche economica. Perché se si riparte lo faremmo senz’altro senza pubblico, e che senso ha nel calcio dilettantistico giocare senza pubblico?»

Primo e secondo lockdown, c’è differenza?

«Sì. Nel primo, già dopo una settimana di stop, eravamo tutti convinti che i campionati non sarebbero potuti riprendere. Nel secondo invece ci si aspettava qualcosa di diverso. Credevamo di ricominciare almeno gli allenamenti dopo Natale. Invece siamo ancora qua, a casa, e senza sapere nulla. Questa è la cosa che dà più fastidio. La sensazione è che non si riprenda più neppure quest’anno. L’unico dubbio viene dalla serie D, l’ultima categoria nella quale si continua a giocare. In questo modo non possono esserci retrocessioni e il fatto potrebbe creare dei problemi. C’è l’ipotesi di far riprendere almeno l’Eccellenza, in modo da riattivare le retrocessioni della D. Però non so. A malincuore penso che si tornerà in campo nella prossima stagione. Lo penso perché per ripartire occorrono almeno due settimane di preparazione e, pur facendo anche un campionato di sola andata, per accorciare i tempi andrebbero stabiliti turni infrasettimanali. Poi c’è la questione tamponi, gente che lavora. Insomma, non è fattibile per il dilettantismo».

Quindi sono stati e sono mesi di inattività totale?

«Beh no. Cerchiamo di vederci nei limiti del possibile, e di sentirci. Abbiamo una chat su whatsapp dove ci siamo fatti gli auguri a Natale e dove ci aggiorniamo. E poi ci alleniamo per conto nostro. Come? Si va fuori a correre, e ognuno si adegua per come può. Io e mio fratello Iacopo, ad esempio, abbiamo comprato i pesi e allestito una sorta di palestra in casa dove ci alleniamo dopo pranzo».

Non è però come allenarsi al campo.

«Certo che no. Lo facciamo per passare il tempo, perché è quasi un bisogno, ma manca tutto. Dal gruppo allo spogliatoio, dal ridere e scherzare con i compagni ad allenarsi tutti insieme. Noi poi abbiamo un rapporto ottimo fra tutti, fra compagni, mister, direttore sportivo, preparatore, massaggiatore, e via dicendo. Ci manca l’atmosfera, il bel clima del campo».

C’è il pericolo che passi la voglia di tornare a giocare?

«Non penso. Per me almeno non c’è questo rischio. La voglia non mi è passata affatto, anzi. Forse questa lunga pausa può servire a ricaricare le pile. La domenica eravamo sempre a giocare, era un’abitudine. Alla fine potrebbe fare anche bene; in questi mesi abbiamo vissuto di più la fidanzata, la famiglia, gli amici. Però la mancanza si sente. Quando si gioca a pallone fin da piccolini, è inevitabile sentirsi mancare un pezzo di vita. E comunque sarebbe brutto giocare senza pubblico. Già in serie A non è bello vedere le partite a porte chiuse, e lì giocano per milioni e milioni. Figuriamoci per noi che lo facciamo per divertimento. Il pubblico è una delle parti più belle, nel bene e nel male. Per me che non ho mai avuto grossi problemi fisici o infortuni, questo è lo stop più lungo della mia carriera da giocatore. Ho iniziato a dar calci al pallone a 5 anni. Alla palestra Perticale, me lo ricordo ancora. Quest’anno ne faccio 30. Se di pericolo si può parlare, penso sia per gli Allievi e per gli Juniores. Ecco, loro sono in un momento della loro vita nel quale può capitare di aver voglia di altre cose rispetto al calcio. Per loro effettivamente la voglia di giocare a calcio potrebbe passare. Per i piccoli invece no. A loro bastano un paio di amici e un sasso per giocare. Ricordo che alle elementari, durante la ricreazione, noi si prendeva qualsiasi cosa, da un tappino a una bottiglia, e si giocava».

Cos’è mancato e cosa manca di più in questo periodo?

«La domenica quando si vince. E i momenti belli nello spogliatoio, con tutta la squadra e lo staff tecnico. Noi poi, lo ripeto, siamo una società unita. Si rideva e scherzava. I momenti negativi ci sono e ci sono stati sempre, come in qualsiasi altra squadra, ma non è mai mancata la voglia di andare al campo. Perché c’è il gruppo, l’attaccamento alla maglia, il trovarsi bene con tutti. È questo che manca». —

Francesca Lenzi

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