Il Tirreno

Ciao Furio, bandiera nerazzurra

Alessandro De Gregorio

È morto Vemati, trecento volte capitano del Piombino Il rapporto con Valcareggi e la serie A solo sfiorata

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Oltre trecento partite con la fascia da capitano sulla maglia del Piombino. Una lunga carriera e qualità che, a detta di tutti, avrebbero meritato molto di più della pur prestigiosa serie C.

Furio Vemati è stato una vera bandiera del Piombino, un grande calciatore, un pezzo del Magona.

È morto lunedì sera all’ospedale Villamarina, dove era stato ricoverato per l’aggravarsi delle sue condizioni. Si è arreso a quella leucemia che gli avevano diagnosticato due anni fa e che è riuscita nell’impresa di abbattere quel fisico imponente. Vemati aveva 83 anni e ha lottato fino in fondo. Come quando era in campo, nel suo stadio Magona che ha amato fino all’ultimo giorno.

Piombinese “del Castello”, Vemati era un difensore. Terzino, stopper o centromediano. Ma anche libero. I ruoli di allora, quando ancora non si parlava di centrali e di esterni. Ottima tecnica, eleganza nei movimenti, alto e con due spalle così, faceva sentire la sua presenza a qualunque attaccante.

Il giovane Furio era cresciuto nel vivaio nerazzurro all’ombra del Grande Piombino che nei primi anni Cinquanta militava in serie B. Lo stesso capitano e poi allenatore della prima squadra, Ferruccio Valcareggi, aveva un debole per questo ragazzino che aveva soprannominato “lo Svobo”, abbreviazione del cecoslovacco Svoboda.

Vemati ricordava sempre con affetto questo rapporto con il futuro Ct della Nazionale e ricordava con orgoglio un aneddoto: quando fu scelto per portare il mazzo di fiori al capitano Zucchinali e poi per fare il raccattapalle in quella indimenticabile partita Piombino-Roma 3-1 del 1951. La leggenda narra che, sull’onda di questa simpatia, Valcareggi dette il nome Furio al proprio figlio.

Leggenda o meno, Vemati una volta cresciuto cominciò a mettersi seriamente in evidenza tra gli addetti ai lavori. Tanto in evidenza che un bel giorno in viale Regina Margherita arrivarono gli emissari della Spal. Era il 1959, la Spal era in serie A e il presidente ferrarese Paolo Mazza aveva deciso quali sarebbero stati i terzini della propria squadra. Ne voleva fortissimamente due: uno era il livornese Armando Picchi, l’altro il piombinese Vemati. Con il Livorno l’accordo fu trovato (e da lì cominciò l’ascesa di Picchi verso l’Inter e la Nazionale), con il Piombino invece no. Richiesta troppo alta dei dirigenti nerazzurri, a quanto pare.

Così Vemati rimase al Magona. Ci rimase anche l’anno dopo, quando a bussare venne il Cagliari, che all’epoca era in serie C ma che nel giro di tre anni sarebbe arrivato in serie A. Niente da fare, ancora una volta.

In quegli anni il Piombino giocava in serie D. Nel 1962 retrocesse in Prima categoria e fu allora che Vemati fu ceduto. L’anno prima, per dire, a lasciare il Magona era stato Enzo Badiani che fu venduto alla Juventus, il primo acquisto di un certo ferroviere Luciano Moggi.

Vemati dunque passò all’Aquila, in serie C. Dopo due stagioni fu acquistato dal Lecce, sempre in serie C. La stagione di Lecce non fu fortunata: crisi societaria, stop ai pagamenti e campionato portato in fondo dagli juniores, fra i quali un giovanissimo Franco Causio.

Vemati quindi tornò a Piombino, che nel frattempo aveva riconquistato la serie D. E non se ne andò praticamente più, se non in squadre della zona. Fra queste, anche l’Audace.

Appese le scarpette al chiodo, per un po’ allenò alcune squadre del comprensorio. E continuò a giocare sul fronte amatoriale. Per chi si ricorda i tornei dei bar e quelli dei quartieri, che nelle torride serate estive dei primi anni Settanta riempivano di spettatori la gradinata e la tribuna del Magona, Vemati fu al centro di un vero e proprio tormentone di calciomercato quando si trasferì dalla squadra dei Portici a quella degli acerrimi rivali del Desco. Era un calcio di altri tempi, ruspante, ma seguitissimo.

Poi Vemati si ritirò definitivamente dal calcio, a ogni livello. Andò anche in pensione (lavorava alle Acciaierie, in cokeria) ma non abbandonò mai la sua passione. Come poteva, andava al Magona a vedere il suo Piombino.

Era felice quando, nell’estate del 2018, fu invitato per la partita tra Vecchie Glorie organizzata dal comitato #stadioxtutti. Rivide tanti amici, qualche compagno di squadra, qualche ragazzo al quale aveva insegnato i rudimenti del mestiere. E rivide il suo stadio, il suo vero grande amore. Appoggiò il bastone al muretto, si mise a sedere a bordo campo e fissò a lungo quel prato verde.

Qualche mese dopo, quando la squadra nerazzurra stava precipitando all’ultimo posto dell’Eccellenza, non sentì storie. Prese la macchina e andò al Magona, si infilò nello spogliatoio del Piombino e fece un partaccione a tutti. Le figlie provarono a fermarlo ma non ci fu verso.

Furio Vemati era così. Gran temperamento, personalità forte e zero peli sulla lingua. In campo e fuori dal campo.

Calcio di altri tempi, uomini di altri tempi. —



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