Il Tirreno

LA TESTIMONIANZA DI GIANFRANCO BENEDETTINI

La mia gioia di undicenne in curva

di GIANFRANCO BENEDETTINI
La mia gioia di undicenne in curva

Quella squadra capace di aggrapparsi ai sogni e renderli reali

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di GIANFRANCO BENEDETTINI

Avevo undici anni e quando mio babbo mi disse che saremmo andati a vedere la partita mi pareva di toccare il cielo con un dito. Mio babbo era comunista, stavo con lui anche se non sapevo che cosa significasse la parola comunismo. Lavorava alla Magona, che era lo sponsor a tutti gli effetti della squadra. Potevano benissimo scriverlo sulle maglie ma non era ammesso.

Io stravedevo per Doriano Carlotti, il portiere del Piombino, uno fra i più grandi che abbiano mai giocato fra i nerazzurri. A Piombino ci accolse una fiumana di gente. Uscivano da tutte le vie, a gruppetti più o meno folti. La fila agli ingressi (erano due) giungeva fino alla palazzina della stazione. I tifosi romanisti, in folta schiera, urlavano i loro sfottò ai piombinesi che pensavano alla vendetta. Sul campo.

Prendemmo posto fra la fine della curva Tolla e l’inizio della gradinata scoperta. Ero attaccato alla grata metallica che divideva i due settori. Da quella posizione vidi tutta la partita. Il campo era perfetto. Il verde del prato faceva invidia agli stadi maggiori. Quanta gente! La curva Tolla era tutta giallorossa, i colori della Roma. Oh, gente, giocava la Roma, mica scherzi! C’erano nazionali di A e di B, c’erano due svedesi!

Fischio d’inizio. Mammina, c’era da tremare. «Dai, dai, fate gol!». La gente accanto mi guardava. Il mio babbo era a qualche metro di distanza. “Gooolll”, diecimila bocche lo urlarono verso l’alto. Montiani . aveva fulminato tutti: 1-0. Montiani, proprio lui, quello estroso, funambolico, le cui fughe a serpentina finivano con un cross da fondo campo sul quale si buttavano come falchi Biagioli e Zucchinali.

«Dai, dai, fatene un altro». Alla Tolla cominciavano ad abbassare e ad arrotolare le bandiere. Non urlavano più. Qualche battimano, qualche gridolino ma i cori non si sentivano più. Non mi staccai dalla grata neppure per un attimo. Ma ormai non c’era più partita, prima 2-0 e poi 3-0. Rigore per la Roma. Carlotti contro Venturi. «Dai, paralo, paralo». Una cannonata che fece tremare perfino i ferri di sostegno della porta. La palla rientrò in campo. «Babbo, gliel’ha parato!». Mi dissero: «Bimbo, è gol»: 3-1. Fine della partita, ero felice.

All’indomani corsi in edicola per leggere i commenti. Ricordo cosa scrisse il giornale della Roma: «Un commento alla partita di ieri? È presto fatto. Il Piombino con tutti i giocatori di classe modesta si è imposto con la velocità, l’affiatamento e la decisione…».

La bellezza nello sport la fanno i campioni. Ma cosa sarebbero costoro senza i gregari che faticano anche per loro? E cosa sarebbero le squadre dei campioni senza chi, quasi sempre in silenzio, tampona, ricuce, corre, porta la croce e spesso randella alla bisogna? In queste parole sta la grandezza di quella squadra rappresentante di una città legata in tutto all’acciaio.

La Roma vinse il campionato e tornò in A. Passò il 1951 e il 1952. Nel 1953 avvenne quel che tutti speravano non avvenisse. Crisi della Magona. Alla serrata degli industriali, gli operai risposero con l’occupazione della fabbrica. Li buttarono fuori a suon di manganellate. Il ricordo di quel pomeriggio non si è mai affievolito nella mia mente. Quell’undici in nerazzurro è il mio mito. Erano uomini come tutti, con quella vena di genio che li ha resi immortali, con quella capacità di aggrapparsi ai sogni e farli diventare reali per tutti noi. Per questo li amo e quando posso li ricordo, al di là di ogni bandiera, di ogni fede, di ogni tempo. Perché mi fanno sognare, mi fanno tornare ragazzo di undici anni, più alto di tutti gli amici. E, alla domanda «ma, tu li hai visti giocare?», la risposta è una e una sola: «Sì, perché io c’ero quella domenica del 18 novembre 1951».

Questa testimonianza di Gianfranco Benedettini è un estratto di quella più ampia, scritta per il libro “Storia popolare di Piombino - Dagli Etruschi a Cevital”, un saggio di Gordiano Lupi. Edizioni “Il Foglio”, Piombino 2015. Per gentile concessione degli autori e dell’editore.

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