Il Tirreno

Fabio Quilici, quando lo sport è scuola di vita

di STEFANO TAMBURINI
Fabio Quilici, quando lo sport è scuola di vita

Allenatore e dirigente dell’atletica da 50 anni, domenica ha ricevuto la Stella d’oro del Coni

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Domenica scorsa Fabio Quilici, allenatore e dirigente sportivo (è presidente del Centro Atletica Piombino) è stato insignito della Stella d’oro al merito del Coni, massima onorificenza destinata a chi si è particolarmente distinto nel dare lustro allo sport italiano. Quilici, 74 anni, da 50 con il fratello Renato è una delle anime dell’atletica piombinese, è stato arbitro di calcio e molto altro ancora. Oggi, a raccontarci la figura e, soprattutto, lo spirito di Fabio, è un giornalista che a suo tempo ne ha incrociato il cammino.

di STEFANO TAMBURINI

Non sarà certo un nastrino, sia pur pregiato, da mettere sulla giacca del dì di festa a cambiare la vita a uno come Fabio Quilici, 74 anni ben portati, vitalità e spirito di chi avrà sempre vent’anni anche il giorno in cui saranno cento. Fabio è stato ed è tante cose assieme: è stato un buon velocista, è stato ed è ancora un grandissimo allenatore di atletica, un ottimo dirigente sportivo e un maestro di vita. La Stella d’oro è finita davvero sul petto giusto.

A Piombino non è stato certo l’unico della sua generazione ad aver imboccato una strada fatta di passione, fatica, di quella visione che secondo Muhammad Alì, insieme con sogni e desideri contribuisce a costruire campioni ancor prima che dentro una palestra. Fabio è stato però uno fra i più tenaci e uno fra i più generosi: ha infatti trasmesso a tanti ragazzi insegnamenti preziosi, primo fra tutti quello che la volontà deve esser più importante dell’abilità. E che ci sono dei valori che vengono prima di un cronometro o della misura di un salto o di un lancio.

Ha cominciato nella primavera del 1964, giusto 50 anni fa, quando l’atletica era cosa per pochi. Atleta e, quasi subito, anche allenatore. Nel frattempo è stato anche arbitro di calcio, commissario degli arbitri, preparatore atletico nel volley e molto altro ancora. In una giornata di 24 ore è sempre riuscito a farci star cose che altri non avrebbero fatto neanche in 48. E senza mai accusare il peso della fatica e, soprattutto, senza farla mai pesare agli altri. Il suo segreto era una capacità organizzativa senza eguali. Non si spiega altrimenti la leggerezza che ha sempre messo nel fare tutto quello che oggi lo porta ancora a misurarsi sul campo con nuovi allievi. Li segue con la stessa cura con la quale ne ha portati tanti in maglia azzurra e verso risultati di prestigio. Solo alcuni nomi fra tanti: Antonio Ullo, Eleonora De Francisci, Marco Cuneo, Armando Mansani, Stefano Gorini, Livio Mattanini e chiedo scusa agli altri di primissimo livello che sono usciti da quella scuola e che non sono momentaneamente nei miei ricordi.

Già, una scuola. Sì, perché lì non si imparava solo a correre, saltare o lanciare. L’atletica a Piombino – ma anche in altre discipline si applicavano concetti molto simili – era una scuola di vita. Io ne ho fatto parte – una trentina abbondante di anni (e di chili) fa – e sono convinto che da Fabio abbiamo imparato prima di tutto altre cose e poi a cercare di esser bravi in pista.

Primo: chi gareggia con te non è un nemico ma un avversario ed è comunque un amico, perché se lavori per superarlo poi ti accorgerai di aver migliorato te stesso. Secondo: fatica e lavoro pagano. Terzo: chiunque si cimenti con lo sport merita rispetto, che sia un campione o che si alleni per non essere più l’ultimo della fila. E così, in ossequio a quest’ultimo principio, capitavano cose bellissime nelle serate fredde dello stadio Magona, sotto le luci fioche delle lampadine legate alla tettoia della tribuna. Anche che uno come Domenico Fontanella, compianto campionissimo del salto in lungo, uno che allora lo vedevi in maglia azzurra in tv a “Mercoledì sport”, venisse da te a congratularsi per un modestissimo record personale in una gara regionale. Capitava che se uno faceva bene tutti erano contenti, era uno sport individuale e sembrava che fosse una squadra.

Non poteva esserlo sul campo, perché – campionati di società a parte – quello è uno sport da ognun per sé. Ma è lì, che grazie a quegli insegnamenti, tanti come me hanno imparato cose che poi sono state preziose dopo. Fabio non era tenero ma neanche un burbero; sentirgli uscire un “bravo” era rarissimo, ma andava bene così. Il ricordo personale più bello è legato a un sesto posto ai campionati italiani juniores sui 10 chilometri di marcia nel lontano 1980. A una medaglia che mi rigiravo fra le mani, stentando a credere che fosse tutto vero e incrociando il suo sguardo che tradiva più felicità della mia. Non riuscii neanche a dirgli grazie. Per la medaglia che senza di lui non avrei mai portato a casa ma soprattutto per quel che avevo imparato.

Ecco, quel grazie tenuto dentro quasi 34 anni lo dico, anzi lo scrivo, oggi. Per me, e per tanti altri come me, quella Stella d’oro Fabio se la meritava da tempo. Anzi, per noi – ne parlavamo proprio ieri con Stefano Caramante, un altro di quel gruppo – è come se l’avesse sempre avuta.

@s__tamburini

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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