Il Tirreno

Il ricordo

Investito sulle strisce, parroco muore in ospedale: è stato il cappellano degli altiforni a Piombino e insegnante

di Luca Centini

	A sx Don Mazzer in una foto di Domenico Finno, a dx in una foto ai Diaccioni
A sx Don Mazzer in una foto di Domenico Finno, a dx in una foto ai Diaccioni

Lutto per la scomparsa di don Silvestro Mazzer: aveva 86 anni. L’incidente a Roma mentre passeggiava a Colleferro, dove abitava da tempo

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PIOMBINO. Quando arrivò a Piombino aveva 30 anni. Era il 1968. Un ragazzino, figlio di un operaio, piombato dal nord Italia nella città della fabbrica. Don Silvestro Mazzer era il nuovo cappellano assegnato agli altiforni, al treno medio piccolo e al tubificio. Un prete tra gli operai dello stabilimento rosso. Un “mangiaostie” tra i comunisti. Questa cosa agli operai li faceva impazzire: non esitavano a fare battute, lo chiamavano scherzosamente “emissario del Vaticano e del padrone”. Poi però lasciavano un posto per lui nella tavola apparecchiata alla meglio per le spaghettate all’ombra del vecchio Afo, tra una colata di acciaio e l’altra. Del resto non si poteva non essere conquistati da don Silvestro.

Il prete-operaio

Lo sanno bene gli ex bimbetti della parrocchia dei Diaccioni che il prete-operaio guidò dal 1972 al 1978, se lo ricordano tanti ex studenti del liceo classico e scientifico di Piombino che lo hanno avuto come professore di storia e filosofia. Molti di loro hanno provato una sensazione strana. Un dolore profondo, addolcito da una vampata di nostalgia, quando hanno saputo che all’ospedale di Tor Vergata, a Roma, il percorso terreno di quell’uomo così speciale si è arrestato bruscamente, all’età di 86 anni. Don Silvestro Mazzer era ricoverato in questa struttura dopo che, nei giorni scorsi, era stato investito da un’auto sulle strisce pedonali, mentre passeggiava a Colleferro, dove risiedeva da anni. Le sue condizioni sono peggiorate sensibilmente nelle ultime ore, fino a quando è sopraggiunta la morte, giovedì mattina.

Dolore a Piombino

Una notizia brutta che oggi, in una giornata grigia e priva di sole, è rimbalzata fino a Piombino. Il parroco non abitava più ai Diaccioni da tanti anni, eppure il legame con questa città è rimasto forte. Più forte della lontananza e del tempo che erode i ricordi. La Piombino conosciuta da Mazzer è molto diversa dalla città che conosciamo adesso. La grande fabbrica che sbuffava fumo e colava acciaio. I campetti da calcio spelacchiati, i primi doposcuola e la parrocchia che per i ragazzini del tempo era un luogo di condivisione, crescita e divertimento. Era il mondo. Quel piccolo grande uomo di Dio non ci mise molto a entrare sotto la pelle di una città che non conosceva, ma con la quale instaurò un feeling naturale. In tanti lo ricordano pedalare in sella alla sua inconfondibile bicicletta.

Insegnante di storia e filosofia

Dai Diaccioni fino al porto, per imbarcarsi sul traghetto e andare a insegnare al liceo Foresi di Portoferraio. Sì, perché oltre a essere un sacerdote, don Silvestro era un uomo di cultura e un professore straordinario di storia e di filosofia. Professione che ha esercitato all’Elba per due anni, prima di ottenere la cattedra al classico e allo scientifico di Piombino. Cinzia Bartalini, attuale docente di disegno e storia dell’arte al Carducci, è stata una sua studentessa allo scientifico. «Don Silvestro era una persona straordinaria e un grande docente – racconta – Insegnava con passione e ha avuto un ruolo fondamentale per la mia preparazione. Non solo. Se, pur non essendo di famiglia cattolica, mi sono avvicinata alla chiesa, il merito è suo. E poi con lui ci divertivamo: chi se la scorda quella gita dello scientifico e del classico a Parigi e a Taizé. Fu un’avventura incredibile. Dormivamo in luoghi di fortuna, persino in una chiesa sconsacrata, ora non sarebbe immaginabile. Esperienze indimenticabili».

I ricordi in città

Eraldo Ridi è stato uno dei piombinesi che sono stati più vicini a don Silvestro Mazzer. «Venne a Piombino con un gruppo di sacerdoti assegnati alla fabbrica – racconta – parlava con gli operai, ci sapeva fare. Era rispettato e amato. Fu importante per noi della comunità cristiana di base per far partire le prime vere esperienze dei doposcuola. Senza di lui non ce l’avremmo fatta». Quella di don Silvestro fu una figura determinante per il quartiere dei Diaccioni. Primo parroco di quella comunità, nella baracca degli operai del cantiere trasformata in una piccola chiesetta ai piedi dei palazzi giganti dei Diaccioni. Il suono della minuscola campanella risuonava fino a Calamoresca. Con don Silvestro iniziarono i lavori per la costruzione della nuova chiesa. Insomma, tutto partì con lui. «Sono stato parroco ai Diaccioni per sei anni – raccontò lui stesso nel libro “Villaggio Diaccioni Piombino - fisionomia e memorie di un quartiere modello” scritto dall’associazione Quelli che... ai Diaccioni – sei anni non sono un granché, ma sono gli anni della gioventù, e se sono belli, restano sempre nel cuore, e sostengono tutta la vita. Ecco: quegli anni ai Diaccioni per me sono stati davvero molto belli». È Luciano Picchiotti a portare il libro nella redazione del Tirreno. Lui è uno degli ex bimbetti che bazzicavano la parrocchia negli anni di don Silvestro. È un uomo adulto, eppure torna bambino ripensando al musetto di Picitrì, “Piccolo cinese triste”. «Era un cane da caccia maltrattato e abbandonato, diventò la nostra mascotte. Ci seguiva dappertutto. Poi capitò che dette un morso a un ragazzino, lo portarono al canile – racconta – non lo accettammo, per questo andammo da don Silvestro. Eravamo determinati. “Se non ci riprendi il cane, non veniamo più in chiesa”, gli dicemmo. Ci aiutò, lo faceva sempre. Andò al canile e prese Picitrì con sé. Lo fece per noi». Quanto tempo è passato. Tutto è così diverso. Ma magari, con un po’ di immaginazione, tra i palazzoni enormi dei Diaccioni si può ancora sentire il colpo di pedale del don. Pedala forte Silvestro! C’è il traghetto che ti aspetta.

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