Italia
Piombino, resta impotente dopo un intervento ma dopo 12 anni dovrà risarcire l’Asl
Ha perso la causa per un documento non presentato: deve pagare 25mila euro
PIOMBINO. Un’odissea lunga dodici anni. Un periodo in cui «ho bussato alle porte dei tribunali per chiedere giustizia: ormai non ho più fiducia nel nostro sistema. Spero solo che non capiti a nessun altro». Inizia così la lettera che Pietro (nome di fantasia per tutelarne la privacy) ha inviato nei giorni scorsi al Tirreno. La sua è una storia di sanità e aule di tribunale. Alla quale però manca ancora un lieto fine che potrebbe non avvenire mai.
Pietro infatti, 64enne piombinese, sta vivendo una situazione di grave difficoltà economica. «Va avanti grazie all’aiuto di associazioni come la Caritas – spiega l’avvocato Carlo Castaldi, suo legale di fiducia insieme al collega Federico Nencioni – ma nonostante viva in totale indigenza ha sulle spalle una somma esorbitante da pagare secondo quanto stabilito dai giudici sia in primo grado che in appello: circa 25mila euro di spese legali. Una cifra che non può permettersi di sostenere e che va ad aggravare una condizione anche fisica che fin dall’inizio di questa vicenda lo vede come vittima dei fatti. Per questo stiamo valutando se ci siano gli estremi per chiedere una revoca della sentenza e una sostanziale revisione del processo».
L’intervento in ospedale
Riavvolgiamo il nastro. È il settembre 2012. Pietro viene operato per un’ernia inguinale all’ospedale di Villamarina a Piombino. Dimesso, dopo tre giorni dall’operazione inizia ad accusare dolori lancinanti nella zona interessata dall’intervento e al testicolo. Corre dal proprio medico curante che subito gli prescrive una visita urgente nuovamente all’ospedale piombinese: vuole vederci chiaro, teme che durante l’operazione qualcosa non sia stato fatto a dovere. Così il 64enne (che all’epoca dei fatti aveva 52 anni) torna in ospedale e con in mano la prescrizione del proprio medico si sottopone a una visita neurologica. «Lo specialista – racconta l’avvocato Castaldi – ha rilevato un problema neurologico ai nervi erettili. È allora che i dubbi sul fatto che fossero stati intaccati queste terminazioni nervose durante l’intervento si è fatto più concreto». Dai medici dell’ospedale viene consigliato all’uomo di attendere un mese prima di sottoporsi a una nuova visita, per capire se fosse solo un problema transitorio. Intanto però iniziano le spese: farmaci costosi per la fase post-operatoria che Pietro (come racconta nella sua lettera) si trova a dover pagare di tasca propria. «Dopo che la ferita si è cicatrizzata si è sottoposto a un’ulteriore valutazione – spiega l’avvocato – stavolta da un urologo che ha attestato la disfunzione erettile dovuta a un danno neurologico». È a questo punto che Pietro si rivolge al Tribunale per i diritti del malato. E decide di fare causa all’Asl Toscana nord ovest per chiedere un risarcimento per il danno che ritiene di aver subito.
Le due sconfitte
Ma è con l’inizio del processo che iniziano i problemi. Il medico legale nominato come consulente dal Tribunale infatti valuta le carte e la perizia di parte presentata da Pietro e dal suo legale di allora e ritiene che non ci sia correlazione tra il danno manifestato e l’operazione. «Questo perché – spiega l’avvocato Castaldi – non so se per una svista del collega o del mio stesso cliente, tra i documenti prodotti non fu presentato né il ticket pagato né l’impegnativa del medico curante che attestava il forte dolore già tre giorni dopo l’intervento. Documenti – prosegue – che sono comparsi solo in appello, ma che non sono stati accettati dal giudice perché esistenti già prima del primo grado». In pratica, il parere del consulente senza quelle informazioni ha ipotizzato che il danno potesse essere stato causato da un’incarcerazione dei nervi nella cicatrice e non da un errore medico. Un cortocircuito giuridico che di fatto, dopo la sconfitta in primo grado, condanna Pietro anche in secondo grado e al pagamento di tutte le spese legali (circa 25mila euro). «Una cifra spropositata, specialmente se si pensa che la causa era per un’invalidità lieve, inferiore al 9%. Oggi in casi di questo genere – commenta Castaldi – i consulenti accedono all’intero quadro clinico del paziente e al suo percorso di cure, ma all’epoca ci si basava sulla sola documentazione presentata. L’Asl però quei documenti ce li aveva – dichiara – e non ne ha mai fatto menzione. Non ha agito secondo giustizia». Ora per Pietro l’unica strada da seguire è quella della richiesta di revocazione della sentenza. «Una strada molto complessa – ammette Castaldi – ma cercheremo di valutare ogni strada da percorrere». L’Asl intanto, contattata dal Tirreno, non ha rilasciato dichiarazioni nel merito.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
