Il Tirreno

Accoglienza

Un anno da profughi a Piombino con la mente all’Ucraina assediata

di Sara Chiarei
Un anno da profughi a Piombino con la mente all’Ucraina assediata

Il Cas dell’ex hotel Phalesia ospita attualmente 134 persone fuggite dalla guerra. «Vivono questa come una situazione transitoria, l’integrazione non è semplice»

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PIOMBINO.  È già trascorso un anno dallo scoppio della guerra in Ucraina. Un evento che ha scioccato tutti riaprendo ferite e paure che l’occidente credeva sepolte sotto la cenere della storia, una storia da non ripetere.

Il 24 febbraio 2022 il mondo ha realizzato che la guerra è ancora più attuale che mai, per quanto possa sembrare anacronistico nell’era ipertecnologica e digitale tornare a sentire il suono delle sirene antiaeree e quello ancora più terribile delle bombe che cadono a terra. Il 14 marzo Piombino ha iniziato ad accogliere il primo gruppo di profughi che ha scelto o si è ritrovato in Italia, smistato poi nei vari Cas creati nel Paese tra i quali il Phalesia, individuato dalla Prefettura di Livorno come punto logistico per l’accoglienza. Un tempo hotel affacciato su porto e costa est e da 12 mesi rifugio che profuma di speranza e salvezza per molte persone. Non di casa, però, che per la maggior parte resta quella che hanno lasciato in Ucraina e per quanto consapevoli che oggi potrebbe non esistere più, sognano di tornarvi il più presto possibile. A distanza di un anno al Cas del Phalesia si contano 134 ospiti, di cui 44 minori (il più piccolo ha un anno e mezzo) e solamente 18 uomini. Il massimo della capienza, come precisa Elena Corridori di Ospita srl che dirige questo centro di accoglienza è di 200 persone.

«C’è chi si trova al Phalesia dal primo giorno in cui ha aperto- sottolinea – e non ha più avuto la possibilità di ricongiungersi con i familiari, in particolare mariti e padri di famiglia, fatta eccezione per un breve periodo la scorsa estate quando alcuni di loro sono riusciti a farsi dare un permesso di 2 o 3 settimane per venire in Italia». Gli uomini che non hanno fatto la leva militare devono almeno imparare a sparare, dopodiché gli viene chiesto di restare a disposizione perché potrebbero essere chiamati a sostituir altri soldati. I medici invece, scelgono di restare in Ucraina per dare una mano. Non a caso un medico che con la sua famiglia era riuscito a raggiungere il Cas di Piombino è ripartito dopo un breve periodo perché non riusciva a stare lontano dalla sua Zaporizhia dalla quale non si è più allontanato. L’integrazione è difficile poiché alla base c’è la percezione di trovarsi a vivere una condizione transitoria che non rappresenta il loro futuro.

«A differenza dei ragazzi del Cas dell’ex hotel Roma – spiega Corridori – che si dimostrano motivati ad imparare l’italiano e ad inserirsi nel tessuto sociale, gli ucraini, specie gli adolescenti, si lasciano coinvolgere poco in qualsiasi attività. Compresa quella scolastica. Molti genitori non volevano iscrivere i propri figli nelle nostre scuole ma alla fine, salvo due che continuano a seguire in Dad dall’Ucraina, gli altri stanno frequentando sebbene con una certa resistenza». Un fenomeno che da inizio anno sta verificandosi è quello di profughi ucraini già presenti in loco da tempo che cercano ospitalità al Phalesia. Si tratta di persone finora ospitate a casa dei parenti ma che dato il protrarsi della situazione preferiscono trovare una soluzione alternativa. Durante questo anno si è molto mobilitata l’associazione ucraina La Rondine che, aiutata da altre realtà del territorio ha iniziato da subito una raccolta che non si è mai veramente arrestata», dice Viktor Fedyshyn, membro dell’associazione– abbiamo mandato coperte, antidolorifici, antinfiammatori e pannoloni per adulti e bambini. Negli ultimi tempi insieme ad altri miei connazionali mi sono concentrato sugli aiuti da mandare alla resistenza ma in questo caso non intendo coinvolgere nessuna associazione italiana. Si tratta di una nostra iniziativa perché crediamo nella vittoria».

Al momento l’associazione non dispone di una sede anche perché mancano persone che possano tenerla aperta poiché tutti sono dovuti rientrare a lavoro. «Se qualcuno- conclude- è interessato a donare qualcosa per la popolazione ucraina può farlo contattandomi direttamente sul mio profilo facebook».


 

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