Il Tirreno

Un rock psichedelico al ketchup piombinese

Sara Chiarei
Michele Pineschi, voce e chitarra, Andrea Fabbri, basso, e Matteo Meini, batteria
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Michele Pineschi, voce e chitarra, Andrea Fabbri, basso, e Matteo Meini, batteria

Chitarra, basso e batteria: il terzetto s’ispira al mondo delle idee di Platone

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PIOMBINO. Un nome particolare che però una volta entrato in testa resta fisso lì. Un po’come la loro musica, rock psichedelico che ultimamente ha fatto il passaggio dall’inglese all’italiano e che all’ascolto risulta avvincente anche grazie alle tematiche poste al centro dei brani. I piombinesi Emotional Ketchup Burst sono un mix di razionalità e irrazionalità, da una parte attingono analiticamente informazioni dal mondo che li circonda con fare, potremmo dire, giornalistico. Dall’altra invece, esaminano queste stesse informazioni partendo dall’interiorità del proprio inconscio e materiale onirico. Una perfetta compensazione di elementi opposti ma che in realtà, una volta combinati insieme, sanno restituire una fotografia della realtà ancora più fedele e cristallina in pezzi scritti interamente di loro pugno. Oggi la band, nata a fine 2016, è costituita da tre musicisti, con altrettanti diversi gusti musicali: la sfida è proprio riuscire a far convivere la passione per il rock strumentale di Michele Pineschi, voce e chitarra, con quella psichedelica di Andrea Fabbri, basso, e il rock più duro (quasi metal) da cui proviene Matteo Meini, batteria. Alla fine tutti questi elementi sopravvivono nella loro musica assegnando priorità alla melodia che traspare energicamente sia nei testi che nelle sonorità.

Siete sempre stati in tre?

(Risponde Michele)« In origine eravamo in cinque, all’inizio la band è stata formata da Davide Bellucci, Michele Allesina e Giacomo Biancalana (entrambi degli Amarillo Beach Band) poi siamo rimasti io e Andrea e il dualismo che ci contraddistingue da sempre ha generato la copertina del primo Ep con l’astronauta e il droide. Io sono la parte più sognatrice, Andrea invece quella razionale e meccanica che ci fa tenere i piedi per terra.

Quando è arrivato Matteo?

«Da pochissimo, più o meno un paio di mesi. Prima di lui, per un periodo, alla batteria abbiamo avuto Gianni Pisani».

Perché Emotional Ketchup Burst? «Lo abbiamo scelto perché descrive la definizione psicologica di una persona che sta per esplodere. Quando il ketchup è arrivato alla fine istintivamente strizziamo il contenitore con tutta la nostra forza».

Quindi è ciò che prova una persona sull’orlo di una crisi di nervi?

«È esattamente ciò che succede un attimo dopo aver superato quel limite, quando ormai l’esplosione avvenuta. Il nome fu individuato da Davide Bellucci che ora non suona più con noi, ma abbiamo continuato a adottare volentieri la sua “eredità” perché in fondo rappresenta anche il nostro stile di musica, in cui si alternano canzoni molto tranquille ad altre più adrenaliniche».

Che genere fate?

«Rock psichedelico. Abbiamo attinto alla musica inglese e americana psichedelica per poi passare alla lingua italiana allo scopo di sperimentare e provare a ritagliarci uno spazio musicale con una precisa collocazione».

Com’è stato il passaggio alla lingua italiana?

(Risponde Michele) «Ho sempre scritto in inglese ma Emiliano Pasquinucci, che insieme a Paolo Cillerai ci sta aiutando in questo percorso anche nella registrazione dei pezzi, ci ha fatto capire che per arrivare meglio alle persone dovevamo abbracciare l’idea di cantare in italiano. Andrea poi, è un grande appassionato degli Afterhours che a loro volta hanno fatto questa evoluzione e ai quali ci siamo ispirati».

Durante i live cosa inserite in scaletta?

«Oltre ai nostri pezzi, alcuni brani strumentali e qualche cover riarrangiata secondo la nostra chiave di lettura, ad esempio successi di Alberto Camerini. Alla fine garantiamo circa un ora e mezzo di spettacolo anche se stiamo valutando nuove cover da proporre in scaletta».

Quali sono le vostre fonti di ispirazione per la scrittura?

«La realtà là fuori. Ad esempio il primo lockdown mi ha spinto a riflettere su tempo e spazio, e dato che quest’ultimo non poteva più essere esterno, è diventato totalmente interno. Nell’Ep si passa dalla solitudine alla paura del contatto con l’altro. Su questi presupposti ho scritto “Iperuranio” che per Platone è il mondo delle idee. Nel secondo lockdown invece, abbiamo tirato giù il repertorio italiano».

Quindi i contenuti partono dalla realtà?

«Sì, Andrea ha un approccio giornalistico della realtà e nei suoi testi tratta pertanto di fatti concreti, dal Covid, alla pedofilia. Io invece mi baso prevalentemente sul mondo interiore con le aspettative, le speranze e l’immagine di noi riflessa allo specchio. L’attenzione è rivolta sia a quello che vediamo che a quello che sentiamo».

Quanti lavori avete registrato?

«Dopo aver ascoltato “Iperuranio” una band californiana ha chiesto una collaborazione, per cui abbiamo fatto un lavoro con loro pubblicato a maggio 2020».

A cosa state lavorando?

« Stiamo lavorando ai pezzi della scaletta per i nostri live, è nostro preciso obiettivo far girare il più possibile il nome “EKB” e con esso ovviamente la nostra musica. Contemporaneamente stiamo registrando i pezzi del prossimo Ep che stiamo impegnandoci a far uscire prima dell’estate, anche per poterlo suonare dal vivo nei locali e nelle piazze».

Pensate di pubblicarlo solo in digitale o anche in formato fisico?

«Tutto dipende dal budget a disposizione, però non escludiamo l’idea del vinile, il cui fascino è davvero intramontabile».

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