Il Tirreno

LA GUERRA IN UCRAINA

Il lungo viaggio di Olga e le bambine in fuga dall’orrore e dalle bombe

Olga con le due figlie: la donna è scappata dall’inferno della guerra in Ucraina
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Olga con le due figlie: la donna è scappata dall’inferno della guerra in Ucraina

La giovane madre ha attraversato cinque paesi con le figlie. Adesso sono a San Vincenzo, accolte dai parenti e al sicuro

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SAN VINCENZO. Sono gli occhietti vispi di una bambina ad attirare subito l’attenzione. Gli stessi occhi della mamma e della sorellina di pochi mesi, che nonostante l’esperienza delle ultime settimane non perdono la voglia di ridere e giocare con i cuginetti appena incontrati. Occhi che in meno di sette giorni hanno osservato istantanee di cinque paesi diversi attraverso finestrini di treni e autobus. Ucraina, Polonia, Repubblica Ceca, Austria e Italia, queste le tappe del lungo percorso che ha portato Olga e le sue due figlie, in fuga dalla regione ucraina di Mykolaiv, fino alla casa dei parenti a San Vincenzo. Olga non parla l’italiano ma a tradurre la loro storia ci pensa Julia, sua cognata, che da ormai tanti anni vive in questa zona insieme al marito Fernando. «Fino a venti giorni fa nessuno avrebbe mai immaginato una cosa del genere. Nella vita normale, chi pensa di dover lasciare in fretta e furia la propria casa, per paura di morire? Non ho neanche il passaporto. È stato tutto improvviso, non sapevamo cosa fare. Poi, la telefonata dall’Italia e la decisione di partire. Mio marito è rimasto lì, insieme ai nonni delle bambine. Sia lui che suo padre hanno meno di sessantun anni, sai cosa vuol dire».

Combattere. Vuol dire combattere. Questo racconta Olga, seduta all’aperto, sulla panchina davanti casa, mentre culla la figlia nel passeggino. Un’epopea durata quasi una settimana, la loro, iniziata con un arrivederci frettoloso e la preghiera a un tassista. «La nostra città è a 40 km da una stazione nucleare attiva. I combattimenti erano già a poche ore di distanza. Uscire dai rifugi era pericoloso, muoversi per strada praticamente proibito. In quella regione ormai si vive la giornata nell’attesa dell’ennesimo allarme bomba. Mio marito non ha potuto accompagnarci neanche alla stazione, ci siamo dovuti salutare prima. Per fortuna abbiamo trovato un taxi disposto ad aiutarci».

Da quel momento, infinite giornate di viaggio. «Sul primo treno abbiamo trovato posto – continua – ma già al primo cambio non facevano più salire. Vagoni stracolmi, al punto che la coincidenza non si è neanche fermata, lasciando a terra famiglie con bambini, come noi, e anche una donna incinta». Alla fine, nuova partenza alle undici di sera fino a Leopoli. Lì, la ricerca di un aggancio, una conoscenza, per passare il confine. «Grazie ad alcune donne eccezionali – aggiunge Julia, che le aspettava a San Vincenzo – siamo riusciti a farle arrivare a Varsavia. Seguivamo ogni spostamento col cuore in gola e senso di colpa. Eravamo stati noi a convincerle a partire, avevamo paura che potesse succedere qualcosa. Sono decisioni che ti cambiano la vita ma che potevamo fare, lasciarle là? In fondo, c’è la guerra. La loro vita, ormai, era già stravolta». L’arrivo in Polonia e di nuovo l’attesa

«Molti amici si sono offerti di andarle a prendere ma era tutto troppo complicato. Dobbiamo ringraziare Oksana Shabas e Tetyana Maggiorelli – continua Julia – e i loro parenti in quel paese che ci hanno messo in contatto con i volontari polacchi. Sono stati loro a portare Olga e le bambine da noi». Volontari che senza chiedere niente in cambio portano aiuti umanitari verso l’Ucraina e tornano carichi di persone. «Pensate, lei con due bambine in braccio in un bus zipillo di persone che come loro stavano scappando dalla guerra. Un viaggio di ansia per loro stesse, paura per chi è rimasto indietro e speranza per quello che avrebbero trovato. Per la parte di famiglia che le stava aspettando. Sono arrivati proprio davanti casa martedì notte, confuse ma finalmente al sicuro».

Ad attenderle, Julia e Fernando Sbrulli, con i loro tre bambini che non vedevano l’ora di accoglierle a braccia aperte. Ma anche la vicinanza del quartiere e della comunità ucraina di San Vincenzo. «Siamo felici di averle qui – riprende Julia – ma pieni di ansia per i miei genitori e mio fratello, ancora là. Per ora le linee telefoniche vanno e restiamo in contatto attraverso Whatsapp. La verità è che ogni mattina ho paura di aprire il telefono ma finché li sento raccontare di questa nuova quotidianità fatta di allarmi e rifugi sono paradossalmente tranquilla. La paura è che anche questa routine possa essere distrutta presto. Mio padre non ha ancora compiuto sessantun anni e per una manciata di mesi è ancora arruolabile. Mia madre è voluta restare lì, con lui e con il figlio. Impossibile fare altrimenti». Nella casa di San Vincenzo, quindi, ora sono in otto.

«Per noi, però, è complicato – spiega Fernando, mentre Olga torna a giocare con i bambini – e sono certo che nei prossimi giorni molte famiglie si ritroveranno nella nostra situazione. Lei non ha il passaporto, dobbiamo andare al consolato a Roma, ci hanno detto, prima per richiederlo e poi per ritirarlo. Abbiamo novanta giorni per fare tutti i documenti che servono per farla stare qui, in regola. Tutto questo andrà pagato, quando in Polonia, ad esempio, lo stanno facendo gratuitamente». Ma sono tante le pratiche da sbrigare. A partire dall’asilo per la bambina più grande. Nonostante il lavoro e i figli, infatti, Julia sta passando ogni mattina immersa nella burocrazia. «Menomale ci siamo noi. E menomale che la comunità, i nostri amici, ci stanno aiutando. Ci portano vestiti, giochi, aiuti concreti. Ma se fossero state sole, come avrebbero fatto? ».

Proprio in quel momento, si avvicina una signora con un triciclo in mano e subito la bambina più grande ci si fionda sopra, scherzando col cuginetto. «Vedi, è così. Le persone ci aiutano come possono. Ma per il resto?» si chiede Fernando, sconvolto dalla burocrazia. È qui, che arriva il suo appello. «So che in altri paesi si sono già organizzati con un sostegno economico dallo Stato, per chi ospita i profughi dall’Ucraina. Qui, siamo ancora in alto mare. Non so chi, se il Comune, la Regione, lo Stato ma chiedo che casi come il nostro ricevano il riconoscimento ufficiale, delle semplificazioni burocratiche e un sostegno, anche economico, necessario. Siamo in una nuova situazione d’emergenza che arriva dopo anni di situazioni d’emergenza, rincari, problemi economici e sanitari che ci hanno già portato allo stremo. Le decisioni vanno prese in fretta. La scuola per le bambine, i medicinali, le cure mediche. Non si capisce niente, non abbiamo indicazioni.

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