Italia
A casa con la Naspi o ancora in servizio tirano la cinghia e vivono nell’ansia
Redditi tagliati e rabbia per un licenziamento senza colpa «Dopo tante parole, la politica è sparita completamente»
piombino. Il fallimento di Rimateria è storia lunga e travagliata. Quella, però, legata ai suoi dipendenti ha delle date precise. L’ultima è il 10 agosto quando 28 dei 41 dipendenti di Rimateria ricevono la lettera di licenziamento.
Fra di loro c’è Marco Marchettini, piombinese di 55 anni. «Lavoravo là dentro dal 1° febbraio del 1999 – racconta l’ex dipendente di Rimateria – Non ho vissuto tutta questa storia solo da lavoratore, ma anche da sindacalista, e ho visto tante porte chiuse. Ho sempre rispettato le scelte politiche, anche di quest’ultima amministrazione, però non si può far fallire un’azienda in questa maniera. Ho 55 anni. Per me questa cosa è stata ed è pesante, sia sul piano fisico che su quello mentale. Per fortuna ho una famiglia, mia moglie e mio figlio di 24 anni, che mi è stata vicino. Ci sono stati dei mesi in cui sono stato malissimo. Adesso mi sono abituato. Adesso c’è più tristezza. La politica a tutto tondo non si fa più sentire, non dice nulla. Hanno fatto presto a dimenticarsi di noi. La speranza è che l’azienda riparta, con un percorso a livello regionale e basandosi sulla diversificazione. Certo che ora come ora prendo poco più di mille euro, perdendo oltre un terzo del reddito. Non sono mai stato un grosso frequentatore di locali ma, quando mi andava, mi godevo una cena fuori, bistecca e vino buono. Ora non lo faccio più, o ci sto attento. Sa cosa mi ha aiutato? La mia passione per la caccia, stare in mezzo alla natura».
Anche Paola Ghezzi è di Piombino e di anni ne ha 58: «In azienda entrai tanto tempo fa come categoria protetta, e ho sempre lavorato in amministrazione. C’è rabbia, c’è frustrazione e un profondo senso di ingiustizia. Quando entrai in Asiu, allora completamente municipalizzata, pensavo di essermi sistemata, di aver vinto un terno al lotto. Invece, poi, fu privatizzata. E ora questo. Sono del 1964, sono una donna, categoria protetta. Ho due figli ancora studenti e meno male che lavora mio marito. Perché a reinserirsi nel mondo del lavoro oggi, alla mia età è davvero difficile. Abbiamo la Naspi, sì. Ma a tempo limitato e, sappiamo tutti che, dal terzo mese, decresce ed è calcolata sul 75% dello stipendio. A ogni modo, sono abituata a sacrificarmi, non mi piango addosso, ma avevo un lavoro e ora non ce l’ho più. E non per colpa mia, né dei miei colleghi. La politica che ha fatto? Non mi pare che i Comuni locali abbiano fatto una cordata per trovare una soluzione per i dipendenti di Rimateria».
Continua a lavorare, invece, Marco Silvestri, venturinese di 50 anni. È uno degli operai impiegati nelle attività a garanzia dei presidi minimi ambientali, gestione del percolato e del biogas: «Prima lavoravo 38 ore settimanali. Ora ne faccio 30 quando va bene – dice Silvestri – In tutto ho perso 650 euro di stipendio. Sono separato e ho un figlio disabile. Prima ero anche in affitto. Adesso, almeno, ho casa di proprietà. C’è stato un periodo nel quale mia mamma mi prestava soldi per arrivare alla fine del mese. Ci siamo sempre sentiti lavoratori di serie B, noi di Rimateria. Lo so, pare una guerra fra poveri, ma intanto agli operai dell’acciaierie hanno rinnovato la cassa integrazione. Noi la cassa non l’abbiamo. E dopo tanti proclami da parte della politica, son spariti tutti. Sembra che chiusa Rimateria, siano scomparsi i problemi, ma mica è vero. Il puzzo di cui tutti si lamentavano, c’è ancora, ma non lo sente più nessuno. Prospettive? Chissà. Speriamo che l’azienda riparta. E mi auguro che qualcuno si faccia carico di noi, senza abbandonarci alla malora. E si vive alla giornata. La vita è cambiata sì. I vizi, per dire, son finiti. Prima non disdegnavo un viaggetto ogni tanto. Se mi sento fortunato? Beh, sì, almeno io un lavoro ce l’ho ancora. Ma si vive d’ansia, sempre. Siamo in un limbo e non sappiamo come comportarci. Lasciare questo lavoro per un altro? A parte che sono qui da 30 anni e questa azienda la sento come fosse mia, e poi sarebbe un rischio. E mica me lo posso permettere».
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