Il Tirreno

L’intervista 

«Troppe violenze sulle donne ma la Casa rifugio è un aiuto»

Antonella Danesi
«Troppe violenze sulle donne ma la Casa rifugio è un aiuto»

Sara Tagliaferro, neo laureata elbana con una tesi sulla situazione nell’isola: «Tanta sensibilità, ma altrettante criticità e stereotipi sui diritti femminili»

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Antonella Danesi

Portoferraio. Si chiama Sara Tagliaferro ed è una giovane neo dottoressa elbana. Ha ottenuto la laurea magistrale in dirigenza scolastica e pedagogia clinica discutendo una tesi su “Le donne dal secondo dopoguerra ad oggi. Conquiste, resistenze e forme di violenza. Il caso di Portoferraio”. Con lei abbiamo voluto fare il punto della situazione in città e nell’isola d’Elba in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

Che situazione si presenta all’Elba sul fronte della violenza sulle donne?

«Sul territorio ci sono ancora criticità perché mancano risorse, ma non manca l’interesse nel sensibilizzare a questo fenomeno. La mia ricerca ha analizzato il fenomeno della violenza di genere in una comunità ristretta come quella di Portoferraio ed ho raccolto un riscontro positivo perché ho visto grande interesse da parte della gestione amministrativa. Un risultato importante è stato ottenuto con la realizzazione della “casa rifugio”» .

Qual è la sua funzione?

«Mentre prima le donne vittime di violenza erano costrette a stare in una stanza dell’ospedale, ora con la casa rifugio ora sono più tutelate. C’è una maggiore sicurezza per la della vittima che non è più tale, ma portatrice di diritti, essendo assistita da varie figure».

Che tipo di violenza ha riscontato sull’Elba, da cosa è determinata?

«Ho avuto l’opportunità di intervistare due vittime. Hanno età diverse, ma la mentalità dei loro aggressori è la stessa. Non si tratta di età o di ricchezza o povertà, ma di una mentalità che non rispetta l’autonomia della donna: l’uomo si sente possessore nei suoi confronti. Una di loro ha subito violenza psicologica, l’altra anche fisica. La prima mi ha detto che senza l’aiuto dei servizi, de parenti e degli amici sarebbe stata sicuramente vittima anche di violenza fisica».

Quali sensibilità ha trovato tra i coetanei o nelle scuole dove ha lavorato?

«È un punto critico perché anche nel mio percorso scolastico questo tema era poco affrontato se non nelle ricorrenze come il 25 novembre o l’8 marzo. C’è una totale ignoranza da parte del sesso maschile perché non lo considerano un fenomeno che li riguarda e nelle scuole c’è ancora il fenomeno della segregazione formativa delle gabbie di genere: i maschi nella sezione scientifica e le donne in quella umanistica. Finché ci saranno questi stereotipi e non ci sarà un cambiamento nell’educazione familiare e scolastica sarà così. Alle famiglie che hanno un figlio maschio dovrebbe venire spontaneo educarlo alla sensibilizzazione di questo fenomeno».

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