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Morti per eparina, arriva un altro rinvio e in città cresce l’attesa per la sentenza
I giudici accolgono la richiesta di ascoltare nuovi testimoni presentata dal legale dell’infermiera condannata in primo grado
PIOMBINO. Sono passati cinque anni dall’arresto di Fausta Bonino, la 58enne ex infermiera del reparto di rianimazione dell’ospedale Villamarina, accusata inizialmente dell’omicidio volontario di 14 pazienti, poi condannata in primo grado all’ergastolo per la morte di quattro persone, e ora chiamata in appello a rispondere della morte di nove degenti.
Cinque anni che non sono bastati a chiudere la vicenda processuale, almeno per quanto riguarda l’appello in cui appunto l’accusa le ha attributo la morte di altre cinque persone per la quale era stata assolta nel processo di primo grado.
Ieri infatti a Firenze i giudici della corte d’appello hanno accolto la richiesta presentata in extremis dall’avvocato Vinicio Nardo – penalista milanese subentrato a Cesarina Barghini dopo il primo grado – di acquisire quattro nuove testimonianze, rese nel processo civile per il risarcimento del danno, ma non nel procedimento penale.
Si tratta di due medici e di due infermiere le cui testimonianze, secondo il legale di Bonino, sarebbero in grado di dimostrare che nel reparto di rianimazione in realtà si poteva entrare anche senza usare il badge.
Questo infatti era l’elemento di prova più forte dell’accusa, che aveva rilevato come nelle date in cui si erano verificate quelle morti solo Bonino era sempre in turno.
Ci vorrà ancora del tempo dunque per scrivere almeno la seconda parte della vicenda dal punto di vista giudiziario visto che dopo l’udienza del 24 novembre fissata per ascoltare i quattro nuovi testimoni, poi si riaprirà anche la discussione.
Del resto Nardo su questo elemento aveva sempre puntato: secondo la sua tesi infatti gli investigatori avevano rivolto la loro attenzione esclusiva sull’infermiera fin da subito, trascurando altre eventualità.
Per l’accusa le iniezioni mortali di eparina si erano verificate sempre con Bonino nel turno e lì si poteva entrare solo col badge. Per il legale invece nel reparto di rianimazione l’omicida era un’altra persona, qualcuno che aveva libero accesso, qualcuno che per il suo ruolo potevano entrare e uscire dall’ospedale senza il problema di timbrare.
Cresce così l’attesa in città per il verdetto: una città che non si è mai schierata in modo netto per una tesi o per l’altra. Anzi, il suo passato impeccabile, la professionalità testimoniata anche da alcuni medici, in certe fasi hanno messo apertamente in discussione le accuse.
In ogni caso non è mai stato chiarito il movente: per l’accusa l’infermiera voleva mettere in cattiva luce il reparto dove lavorava, dove per lei si era creata una situazione di disagio. Così che in realtà nel primo grado l donna era stata condannata sulla base di quella che venne definita una catena d’indizi, tra cui quello che le morti sospette nel reparto s’interruppero quando l’infermiera venne trasferita nel reparto di oculistica alla fine di ottobre del 2015.
(cloz)
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