Il Tirreno

La protesta pacifica rovinata dalla violenza: così Luana Rovini raccontò il suo G8

Luana Rovini
La protesta pacifica rovinata dalla violenza: così Luana Rovini raccontò il suo G8

Nelle parole della giornalista del Tirreno scomparsa nel 2009 la narrazione dei fatti accaduti nel 2001 e mai dimenticati

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Riproponiamo oggi un articolo pubblicato nell’edizione del 23 luglio del 2001, nei giorni del G8 di Genova. Fu scritto da Luana Rovini, giornalista del Tirreno. Partecipò alla grande manifestazione di Genova, la raccontò da cronista di razza, un vero pezzo di storia. Purtroppo Luana Rovini è scomparsa nell’aprile del 2009 per una malattia. Ma, come in questo caso, il suo lavoro da cronista ha lasciato il segno. In occasione del G8 di Genova, rileggendo le sue parole, ripercorriamo quanto accadde allora.

IL RACCONTO

Luana Rovini

Il mio G8 è stato tra la paura degli scampati, nelle retrovie rimaste un po’ scoperte dai grandi media che si sono concentrati sugli scontri.

A Genova, con la mia videocamera, nella giornata di sabato 21, ho raccolto soprattutto le testimonianze dei manifestanti pacifici che andavano ai pullman per tornare a casa dopo il corteo. Tutti avevano qualcosa da raccontare.

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Come le due distinte sessantenni incontrate sul pullman di Attac di Siena, che ci ha dato uno strappo per allontanarci da un brutto momento: Black Bloc a sinistra; i fumi dei lacrimogeni delle forze dell’ordine a destra; elicotteri sopra.

Ore prima, durante il corteo, le due senesi avevano avuto la sventura di finire in un’area del corteo che sarebbe stata divisa dal resto dei manifestanti, finendo così indifesa sia alle scorribande dei Black Bloc, che ai lacrimogeni e ai manganelli delle forze dell’ordine. Stessa zona, mi dicono poco dopo sul pullman di Piombino, dove sono rimasti intrappolati anche diversi manifestanti della Val di Cornia.

Sul pullman del ritorno a casa le due anziane erano ancora molto agitate e continuavano a raccontare: erano in corteo, i Black arrivano come un terremoto, loro due e altri alzano le mani e si siedono a terra, «finalmente arrivano quelli in divisa – racconta la più giovane – faccio per alzarmi e un finanziere mi viene addosso e mi spruzza negli occhi una bomboletta. Non ci ho più visto per un paio d’ore». «Se siamo vive – interviene l’amica – lo dobbiamo ai due genovesi che ci hanno aperto la porta di casa».

Frammento del racconto al telefonino di una ragazza di Grosseto: «... coi cellulari facevano zig-zag per la strada, dei ragazzi, si sono infilati in un portone aperto, sono arrivati i poliziotti e hanno sparato dentro i lacrimogeni, i ragazzi sono usciti e li hanno picchiati» . Un ragazzo dice che alcuni manifestanti avevano visto un gruppo di Black vicinissimo a poliziotti o carabinieri – non ricordava bene – e questi lasciavano fare. Testimonianze simili erano state rese durante l’assemblea del venerdì, nel piazzale del Genoa Social Forum, mentre gli elicotteri con i fari sulla “pancia” volteggiavano in cielo, bassissimi e rumorosi.

Sul pullman tutti parlano, si dicono preoccupati. C’è chi sostiene che «è una situazione cilena». «Lo Stato ha cambiato segno. Queste cose succedevano ai tempi di Scelba», dice Renzo, “pantera grigia” piombinese che al corteo si è portato dietro la videocamera. Al corteo ha avuto a che fare con le Tute nere. Insieme a un amico, compagno di tanti cortei di metalmeccanici, non si era tirato indietro alla richiesta di stare nel servizio d’ordine che garantisse i manifestanti. Mentre Renzo filmava («l’importante, nel servizio d’ordine, è l’occhio») lui e l’amico si sono trovati davanti a un gruppetto di Black che stavano sfasciando un’auto: «Allora – dice Renzo – ho posato la videocamera e sono andato da questi Neri chiedendo che male gli aveva fatto quella macchina. Vedete di levarvi di torno alla svelta, gli ho detto». «Intanto – prosegue l’amico – uno di questi Black stava per prendere la videocamera Renzo aveva lasciato a terra, l’ho afferrato e gli ho chiesto se voleva che gli rompessi il braccino. “Tolgo la cassetta perché lui mi ha ripreso in faccia – mi dice –. Ma vedi di toglierti di torno alla svelta”. E sono andati via». —

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