Il Tirreno

Benito, magnifico rettore nell’università della vita

Andrea Cordovani
Benito, magnifico rettore nell’università della vita

Era il simbolo di una Suvereto genuina Un idealista che sapeva essere concreto

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SUVERETO. Ora che Benito Mastacchini ha compiuto il suo ultimo viaggio e riposa in pace nel camposanto, salutato dall’affetto sincero dei suoi paesani c’è una Suvereto che tramonta definitivamente dietro ai crinali di un mondo che non esiste più. È stato mille cose in un uomo solo. Poeta contadino, maggerino, cacciatore, ballerino, comunista, babbo e marito. Tutte materie nelle quali eccelleva. Dotato di intelligenza e sensibilità fuori dal comune ha lottato (e anche sofferto) fino alla fine, tenendosi aggrappato a quella vita che ha vissuto con straordinaria semplicità. È stato uno dei simboli di quella Suvereto capace di stupire sotto la sua scorza semplice, diretta e contadina. Fuori da ogni luogo comune Benito è stato un personaggio sorprendente, che ti costringeva a riflettere dietro a quelle apparenze che appannano e sempre ingannano.

Nato a Orbetello nel 1929, Benito era uno dei figli prediletti di questo pugno di case che lo ha accolto negli anni della sua adolescenza e dove il tempo solo all’apparenza sembra essersi fermato. Un idealista innamorato della vita anche se questa voleva dire sofferenza. Sacrificio. Lui si prendeva tutte le sfumature (quelle dolci e quelle aspre), le metteva in poesia, le declamava in ottava rima. «Bimbo ricordati che prima si studia e poi viene il resto…». Chi scrive ha vissuto la posizione privilegiata di un rapporto diretto, affettuoso, quasi paterno con questo uomo che sapeva far buon uso delle parole. Benito Mastacchini era così: se ti voleva bene lo dimostrava con carezzevole trasporto. Il ricordo va alla Boldrona, al bar da Isetta, una delle sue tappe fisse in quella Suvereto che a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta viveva fiera la sua realtà rurale. «Il vero cacciatore si sveglia di soprassalto la notte perché sente il richiamo del cinghiale», raccontava sotto la pergola appena dopo l’ora di pranzo quando si radunavano gli operai in partenza per Piombino e dalle campagne armati di trattori e Ape arrivavano stormi di giocatori di carte, pronti a mettere in palio il bicchiere di vino prima di tornare a faticare. Tempi in cui la caccia non era ancora regolamentata da prescrizioni ferree, doppiette quasi sempre in spalla e cani ululanti pronti ad aggredire la preda nella macchia di Montioni che per noi ragazzini era come se fosse in un pianeta lontano e non a una manciata di chilometri da casa. «Bisogna avere rispetto del bosco», ripeteva quasi ogni giorno nelle poche pause di un infernale vocio fatto di “busso”, “accuso” ma anche “scopa” e per risposta: “Sì, ma di Saggina!” Fino alla metà degli Anni Duemila prima di trasferirsi in via Carducci, la Boldrona è stato il centro del suo mondo. Come il Circolino, su in paese dentro l’arco. Via Dante Alighieri, la sua casa sotto al bar, il grande cancello all’entrata e quei cani sempre lì davanti ad abbaiare indiavolati. Un luogo dell’anima per quest’uomo maestro di vita, capace di interpretare perfettamente tutti i ruoli che si era scelto di vivere, armato del suo inseparabile Ape color arancione.

BORIS E MARIO I SUOI GIOIELLI

E poi c’erano i suoi figli, Boris e Mario che proprio in quelle epoche ormai lontane giocavano nel Suvereto più bello e appassionante dell’intera storia calcistica biancoverde. Due spine nel fianco per le squadre rivali i fratelli Mastacchini, elementi di spicco di una squadra che annoverava tra le proprie fila anche giocatori che si erano fatti valere in altri palcoscenici rispetto a quella Seconda Categoria davvero superlusso. «Se vado al campo mi vengono le palpitazioni», spiegava a chi gli chiedeva perché non seguisse sugli spalti quella squadra capace di giocarsi per due volte l’accesso alla categoria superiore e soprattutto di imporre il pari alla Pistoiese di Lido Vieri in un magico giorno di inizio ottobre del 1980. C’erano duemila persone quel giorno al campo sportivo, escluso Benito che per evitare ansie e batticuore era rimasto al bar in attesa che gli sportivi tornassero in paese. Un’amichevole superlusso che finì 2 a 2. E che fino a cinque minuti dalla fine vedeva i biancoverdi in vantaggio. All’iniziale gol di Quattrini avevano risposto Boris Mastacchini (si proprio lui!) e Tani. All’85’ la rete siglata da Calonaci consentì agli arancioni – che in quella stagione erano in Serie A – di evitare un capitombolo rumorosissimo su quel campo di una provincia estrema, contro un drappello di temerari in maglia biancoverde sospinti da una folla incredula. «Mia moglie Anna sarebbe stata troppo male se i nostri figli fossero andati lontano da casa a fare i calciatori. Mio figlio Boris avrebbe potuto giocare in categorie ben più importanti. Invece dopo tre stagioni al San Vincenzo è voluto ritornare a Suvereto, ma aveva avuto offerte per andare alla Fiorentina. Mario ha meno passione per il calcio ed è più come me. Ama la caccia al cinghiale…». Risuonano ancora nelle orecchie quelle sue parole ogni volta che si affrontava l’argomento calcio.

MAGNIFICO RETTORE

NELL’UNIVERSITÀ DELLA VITA

Autore di libri, poeta contadino, animo sopraffino, cantore del maggio, uomo di sinistra e di ideali. «Perché ti chiami Benito e non sei fascista?», chiedeva chi scrive nella sua fanciullesca innocenza. E lui di rimando: «Allora ora ti racconto una storia: quando sono nato quel nome eri costretto ad averlo. Io però per bilanciare le cose ho chiamato il mio primogenito Boris. Ma a scuola vedrai che imparerai tante cose». La sua scuola è stata capace di lasciare un solco profondo nella vita dei tanti che ora lo piangono sull’onda emotiva dei ricordi che dilagano. Lui resterà per sempre un clamoroso esempio di come affrontare gli impervi sentieri dell’esistenza. È il suo lascito più bello per tutti quelli che hanno avuto la fortuna di conoscere questo straordinario magnifico rettore nell’università della vita. —© RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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