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Nei boschi impervi il lavoro con i muli degli ultimi vetturini: ecco i fratelli Tocci
Tra i pochi in Italia a esercitare un mestiere di grandi fatiche L’attività avviata dal padre nel 1956, emigrato dall’Abruzzo
Monteverdi. Con i loro muli vanno nei boschi più scoscesi, dove i trattori non riescono a farsi strada. Tagliano gli alberi segnati nella concessione, li riducono a pezzi tutti uguali, li caricano sui basti e poi risalgono l’aspro percorso nella macchia. Uno in testa alla fila dei quadrupedi, l’altro a chiudere: loro sono i fratelli Enzo e Pier Paolo Tocci, gli ultimi “vetturini” di questa parte della Toscana, tra i pochi ormai anche in Italia a esercitare un mestiere di grandi fatiche e poco guadagno.
Un mestiere che ha radici profonde nel tempo, «l’uomo ha sempre avuto bisogno della legna per scaldarsi», sentenzia Enzo rivendicando una sorta di natura nobile del proprio lavoro. E un epicentro, Capadocia, piccolo comune di montagna, in Abruzzo, sopra Tagliacozzo. Dove il taglio del bosco ha sfamato generazioni e il mulo è da sempre il compagno indispensabile del vetturino dentro boschi e lungo sentieri impervi. Indispensabile, però, è poco, il rapporto con l’animale va oltre l’aspetto utilitaristico: non a caso un mulo in bronzo arrampicante, a grandezza naturale, adorna la piazza centrale di Capadocia. Lì, nell’immediato dopoguerra, la ricerca del lavoro provoca una diaspora nei vetturini, alcune famiglie scendono a Roma e i loro uomini, venduti i muli, saranno i tassinari immortalati in tanti film; altri non cambiano lavoro, ma vanno a cercarlo in regioni lontane. «Nostro padre, Antonio, con un fratello e un operaio organizzò una vera e propria spedizione in Toscana, nel 1956 – racconta Pier Paolo –: arrivò in treno alla stazione di Donoratico e dai carri merci sbarcarono 80 muli, quindi risalirono le colline». Monteverdi divenne la nuova base del loro mestiere antico.
Antonio Tocci e sua moglie Gabriella Lilli quando si stabiliscono qui sono giovani, presto arrivano i figli, cinque in sedici anni: Stefano, Enzo, Maria Pia, Pier Paolo e Roberto. E siccome la nostalgia del paese è molto forte, a dicembre la famiglia torna a Capadocia per le feste, anno dopo anno vi fa nascere tre dei cinque figli (Stefano, Enzo, Maria Pia), così solo Pier Paolo è monteverdino, mentre Roberto, l’ultimo, finito il tempo delle levatrici, viene alla luce all’ospedale di Cecina.
Nati in luoghi diversi, i Tocci prendono strade diverse nella vita: solo Enzo e Pierpaolo restano a sgobbare col padre tagliando legna e arrancando con i muli fino al punto di carico sui camion, diretti spesso in Sardegna. Stefano, invece, lavora sulla costa, Maria Pia si sposa e vive a Roma, Roberto si laurea in Agraria e lavora all’Università di Firenze.
Antonio Tocci muore nel 1990, i fratelli vetturini proseguono da soli il mestiere ereditato. Oggi, che anche la mamma li ha lasciati qualche anno fa, finita la giornata di lavoro si occupano della casa, cucinano, fanno il bucato, tengono pulito. La loro porta è sempre aperta, tanti amici in paese e fuori. «Il lavoro non manca, ci sono alti e bassi, ma si va avanti», confida Enzo. Fotografati, filmati mentre caricano i basti, sono un’irresistibile attrazione per i turisti, una pagina nell’album delle vacanze a Monteverdi. Quel che si vede meno è la fatica dura che lascia il segno. Mitigata dall’impronta distintiva della tipica cordialità abruzzese. —
Giorgio Piglia
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