Mense e pulizie, crescono i timori tra le lavoratrici di Serenissima e Cooplat
Sono 48 le persone interessate dal cambio d’appalto delle società che dovrebbero subentrare il primo aprile
PIOMBINO. Dal primo aprile cambia l’appalto per i servizi di pulizie e di ristorazione in Jsw. Due settori colpiti direttamente dalla crisi senza fine della fabbrica.
Il passaggio è ancora in salita. La mancanza di certezze aggiunge altra preoccupazione a quella cronica dei 48 dipendenti. In larghissima parte donne, alcune capi-famiglia monoreddito.
Alla Serenissima ristorazione, le addette sono 27 su 28 lavoratori. La gestione è stata vinta dalla Del Monte srl che in prima battuta ha annunciato di voler tagliare il 60% delle maestranze. Nelle pulizie, Cooplat ha ceduto il passo a Viping. Qui le persone che aspettano di conoscere il proprio futuro sono 21.
Gare d’appalto aggiudicate. Situazioni critiche decisamente note. Eppure Del Monte e Viping sembrano tentennare. Come se volessero prendere tempo. Probabilmente in attesa di novità dal governo. Soprattutto in fatto di risorse pubbliche da destinare alla ripresa delle Acciaierie. Intanto il Primo aprile si avvicina.
Salvare l’occupazione, senza licenziamenti e riduzioni d’orario che già ci sono state e pesanti: la trattativa sindacale unitaria si concentra su questi elementi. Fondamentali, per 48 persone già provate.
Monica Negruzzi lavora da oltre 25 anni nelle pulizie. Ne ha 54 e vive con la mamma. Quando entrò con la Sis, la considerò un’ottima occasione. Dopo qualche tempo, però, cominciarono i cambi d’appalto. Sempre meno ore. Sempre più paura di perdere anche quelle per l’effetto domino.
«Con la busta-paga di febbraio ho ricevuto 182 euro. Arriveranno circa 250 dalla cassa integrazione. La situazione é questa. E l’idea che possa anche peggiorare assilla tutte noi», dice Monica. Che si definisce di natura ottimista ma che stavolta non riesce a esserlo. «Prima ero anche più combattiva. Ora mi sento stanca. Come posso reinventarmi a 54 anni? Mi accontenterei se non si andasse a cascare peggio».
Nella ristorazione delle Acciaierie, Cristina Busdraghi c’è dal 1999 ed é una delle ultime entrate.
Prima lavorava fuori come stagionale. Insomma, anche per lei fu l’occasione di una certa stabilità. Le ore da fare erano tante.
«L’ultimo mese ho fatto 12 giorni, a volte sono anche meno. In teoria dovrei coprire tre ore e mezza ma la situazione può cambiare», spiega l’operaia. Lei é addetta alla distribuzione dei lunch box. Deve gestirne una trentina se é di turno al mattino e una quindicina se va il pomeriggio. Con una collega si dividono quelle poche ore.
Succede anche per le mense. Quella agli impianti di Ischia di Crociano adesso é chiusa. Alla centrale si rivolgono un centinaio di lavoratori.
«Tra di noi – sottolinea Cristina – ci sono anche donne sole, magari con i figli all’università. Perdere anche quel poco lavoro che abbiamo sarebbe un colpo durissimo».
«Chi ha vinto l’appalto – chiude – sapeva benissimo le condizioni dello stabilimento e che siamo legate a doppio filo al destino degli operai».
Un doppio filo che in casa di Sara Vitale conoscono perfettamente. Lei, 48 anni, lavora alla mensa. Il marito in Jsw a intermittenza.
«Sono tra le più giovani, sono entrata nel 2006 e ho vissuto solo un cambio d’appalto. Cercavo un posto fisso e mi piacque subito la possibilità di un’occupazione più stabile», commenta Sara.
Poi, sono iniziati i problemi. Il lavoro che cala, la Cassa integrazione e i primi “non si può” alle richieste dei bambini. Sara ne ha due.
Certo, il discorso dei soldi é decisivo. Ma c’è un altro elemento che l’operaia vuole evidenziare. La demoralizzazione. Le attese snervanti. La mente occupata dalle preoccupazioni. Si sente presa in giro, Sara: «Questa storia della fabbrica – dice – sta andando troppo per le lunghe. O si chiude, o si va avanti sul serio. Non è più il tempo delle promesse». —
Valeria Parrini
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
