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il caso 

Infortuni a casa e sul lavoro «Incubo al Pronto soccorso»

Cecilia Cecchi
Infortuni a casa e sul lavoro «Incubo al Pronto soccorso»

Si moltiplicano disservizi e disagi vissuti in diretta da una coppia di Venturina Lei all’ospedale Villamarina di Piombino, lui di rimbalzo da Follonica a Grosseto

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Cecilia Cecchi

PIOMBINO. Un incidente domestico e un infortunio sul lavoro. Di quelli che non ne va della vita, ma resta la necessità di rivolgersi al pronto soccorso più vicino. Però l’accesso ai tempi della pandemia Covid-19 moltiplica disservizi e disagi vissuti in diretta da una coppia di Venturina: lei a Villamarina, lui di rimbalzo da Follonica a Grosseto.

A Piombino dove, dal Pronto soccorso, le persone devono uscire di nuovo dall’ospedale e salire a piedi ai piani superiori perché l’ascensore interno è rotto. Piombino come Grosseto dove l’assenza degli specialisti è garantita, costringendo chi ha necessità a ritornare.

I due imprevisti, dolorosi inconvenienti, accaduti a poche ore di distanza l’uno dall’altro.

«Mi sono fatta male a casa verso le 14 – racconta Sandra Lera –, la mano, soprattutto un dito, mi facevano malissimo. Non potevo far altro che andare al pronto soccorso di Villamarina – prosegue Sandra –. Seguito il triage, sono stata mandata a fare la radiografia. Ma bisognava salire di piano, visto l’ascensore rotto, passando dall’esterno. Insieme ad altri pazienti, pur con maggiori difficoltà rispetto a me, visto che c’era qualcuno con le stampelle, siamo andati. Poca gente – ricorda – così per le 15 siamo rientrati al pronto soccorso. Muovendosi a coppie anche perché c’erano persone da fuori città che non conoscono l’ospedale, non sapendo come tornare indietro, avevano bisogno di aiuto. Stavo aspettando il mio turno – spiega – quando mi è stato spiegato che l’ortopedico non c’era e sarei dovuta tornare la mattina dopo col referto. La mia famiglia è in quarantena, ho una bambina di un anno, il mio partner alle prese con l’ospedale di Grosseto: non sapevo a chi lasciarla, l’ho portata con me. L’infermiera di ortopedia mi ha come aggredito, ma io non potevo far altro. Il mio babbo, tornando da Udine dove lavora visto che in fabbrica a Piombino non è più possibile, si è fatto un tampone di routine da privato e si è messo in quarantena da solo, insieme ai miei familiari. Insomma io ora dovrò tenere il dito steccato per due settimane, ma non hanno neppure saputo definire se è una frattura o una calcificazione. Il mio partner? – dice – Si è ferito lavorando, un ramo in un occhio, verso le 16. Un collega l’ha accompagnato al pronto soccorso di Follonica. Da qui sono stati mandati a Grosseto con l’oculista di turno in presenza dalle 18 alle 20. Arrivato alle 18 ha fatto triage e sala d’attesa. Verso le 19,30 ha fatto presente che forse a breve l’oculista non ci sarebbe stato più. Magari se lo sono scordato: alle 22,30 gli hanno comunicato che il medico era andato via, doveva tornare la mattina dopo. Ho provato a chiedere al pronto soccorso di Villamarina, ma da qui per l’oculista si va a Livorno. Vista la pandemia gli ospedali grandi non dovremmo evitarli? Per gli spostamenti ci hanno detto di prendere l’ambulanza, bimba piccola compresa! Follia». –

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