Il presidio
«Rientriamo perché è giusto tornare in classe Anche senza certezze»
L’insegnante: Carla Maestrini è docente di storia e filosofia «Non è affatto vero che i professori volevano restare a casa»
piombino
«L'insegnante mediocre racconta. Il bravo insegnante spiega. L'insegnante eccellente dimostra. Il maestro ispira» (Socrate). La scuola è in ripartenza e i professori, da dietro lo schermo di un pc, torneranno a insegnare in classe, fra mascherine e distanziamento, precari e lavoratori fragili, e regole sulla sicurezza. Carla Maestrini è una di loro: insegna storia e filosofia ai licei paritari Leon Battista Alberti e collabora da anni con le elementari e le medie con Samarcanda, circolo di Arci, in progetti di potenziamento di italiano.
Partiamo dal lockdown. Com’è stato?
«Brutto. Insegnare è presenza fisica. La didattica a distanza bene che ci sia stata, però ha dei limiti. Tanto per iniziare, vanifica anni e anni di didattica innovativa. Poi ha tutta una serie di problematiche, dal fratello maggiore che faceva da baby sitter al minore con i genitori al lavoro, all’unico dispositivo presente in casa da condividere. E poi la didattica a distanza toglie un sacco di cose: ai ragazzi ha levato il contatto sociale, la vita stessa. La retorica che i giovani vivano col cellulare in mano è stata smentita da questa pandemia. Hanno vissuto malissimo. Inoltre, chi aveva già difficoltà lo è stato ancora di più. Ed è contato moltissimo il ruolo delle famiglie che, per la maggior parte, si sono fatte in quattro. Come scuola, noi abbiamo mantenuto anche in quarantena l’esatto orario scolastico. Un modo pure per noi di non sentirci del tutto fuori dal lavoro. Dall’altra parte una cosa buffa è stata la mancanza di un confine, con i ragazzi che ci scrivevano in orari impensabili. Eravamo tutti in difficoltà, impauriti. E gli studenti si confidavano con noi, a dimostrazione di come l’insegnante non abbia solo la funzione di insegnare, ma anche accompagnare nella vita».
Poi è arrivata la maturità in presenza.
«Sì, meno male. È stato importante anche rivedersi».
E ora?
«Non credo alla retorica dell’insegnante pigro che non vuol tornare a scuola ma restare a casa. Ci saranno alcuni casi, come in tutte le categorie. E ci sono anche le persone con fragilità che possono aver paura. Ma, fra tutti i colleghi che conosco, vedo soprattutto tanta voglia di rientrare in classe. Quando sono andata a fare il test sierologico, e mi sono ritrovata in una sala enorme con altri professori, ho pensato all’assurdità della situazione. Un anno fa non avrei mai pensato di vivere un’esperienza del genere. C’è voglia di tornare e di dover convivere purtroppo ancora col virus».
Con quale umore?
«Beh, grosse certezze non le abbiamo, si riparte provando. Come hanno provato i ristoratori, gli stabilimenti balneari. Non voglio banalizzare, non è la stessa cosa. Noi andremo in classi al chiuso, con tanti ragazzi, però vedo che ogni scuola ha predisposto un piano. Noi ad esempio non abbiamo grossi problemi, avendo aule grandi e pochi studenti. Altri hanno deciso di sdoppiare le classi. Lo trovo un segnale positivo. Pur nell’incertezza, che è globale, è giusto ripartire».
Si poteva fare di più?
«Sì».
Cosa?
«Rivedere un po’ tutto il sistema scuola, fermo agli inizi del Novecento. Rivedere gli orari, o magari avere le classi del professore di storia o di scienze, e via così. Questa magari era un’utopia. Concretamente però avremmo potuto non ritrovarci, anche quest’anno, con l’organico incompleto. Altra cosa: evitare le classi di 28 alunni. Ecco, qui si poteva fare uno sforzo in più. E poi: l’insegnante giovane col bimbo che la mattina si sveglia con la febbre, va a scuola o no? È tutto molto complicato. Secondo me una botta in più di fantasia sarebbe stata gradita. E invece non sono riusciti nemmeno a evitare di chiudere le scuole per le elezioni».
Didattica a distanza. Si abbandona o ci si lavora ancora sopra?
«La tendenza è di non abbandonarla. È un altro tipo di insegnamento da coltivare. E poi siamo consapevoli che c’è un piano A e un piano B. E siamo preparati, non dico alla chiusura ma a piccole fermate». —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
