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Il recupero urbano per l’aggregazione
Nella seconda giornata si è parlato di architettura, di cultura, di ascolto. E anche dell’esperienza nelle carceri
PIOMBINO
Gli spazi come territori di aggregazione e inclusione, recupero urbano secondo una consapevolezza dell’utilità e dell’inutilità della cultura in determinati contesti. Il tema della seconda giornata del festival Contamina, organizzato dall’associazione culturale Lotus di Chiara Migliorini, è stato “La cultura e le politiche sociali”. I partecipanti al dibattito, andato in scena al Rivellino e moderato da Migliorini e Salvatore Guadagnuolo (Agita Teatro) sono stati Francesca Della Monica (pedagogista e filosofa della voce, cantante, performer, fondatrice del movimento “E come Eresia”), Claudio Collovà (regista e autore teatrale), Yosuke Taki (artista, scrittore), Barbara Catalani (architetto), Carlo Mazzerbo (direttore carceri Livorno e Gorgona), Elena De Carolis (attrice). E, per il Comune, l’assessore alle politiche sociali Carla Bezzini. «Dobbiamo rivalutare il profitto immateriale della cultura – ha detto Della Monica – Spesso le voci sono gusci vuoti, fuori dall’esperienza. L’artista deve ricreare quel ponte fra il sapere e l’esperienza. Ha una funzione di riconnessione del tessuto sociale». De Carolis ha raccontato la propria esperienza in una terra colpita dal terremoto, come Arquata del Tronto: «Un territorio è fatto di persone, edifici e spazi. Le architetture influenzano le nostre vite, e il nostro lavoro là fu soprattutto legato all’ascolto». Un ascolto dei luoghi è quanto professa Taki che, dopo aver operato nel teatro, da dodici anni si dedica al tema dei “gentili coltivatori della vita”, parlando di chi fa del bene alla natura e alla mente delle persone: «L’architettura deve essere al servizio della gente e lo spazio pubblico deve essere di tutti». Non è mancata l’esperienza di un luogo particolare come il carcere. Per Collovà «l’idea più sbagliata che possa esserci è di far fare un prodotto scadente agli ospiti di una prigione, tanto per fargli fare qualcosa. Il problema grosso si incontra nel prolungamento del fare teatro fuori dal carcere. Il territorio non deve influenzare le persone, ma il contrario. L’artista non può adattarsi, se lo fa, fallisce. E il pubblico arriva da ultimo». Per Mazzerbo «il carcere ha tempi lunghissimi e spazi apparentemente enormi, in realtà stretti. Purtroppo l’idea è che in carcere si debba star male, come un’ulteriore punizione». Catalani, da architetto e assessore di Follonica, ha parlato della rigenerazione dei luoghi, partendo dai bisogni e dall’ascolto della comunità, portando a esempio la riconversione dell’ex Ilva: «Abbiamo lavorato sull’educazione del pubblico, collaborando con associazioni e con la scuola».
«Veniamo da una fabbrica chiusa che non ha attività ma neppure prospettiva – ha concluso Bezzini – Abbiamo perso la nostra identità e non siamo in grado di fare una previsione. Purtroppo il concetto di distanziamento sociale non è più un’idea solo fisica. Dovremmo fare come i greci che non avevano il pensiero dell’individuo ma della comunità. La risposta passa attraverso la riscoperta dell’umano, partendo dalla scuola. Vorremmo rivalutare il territorio, a partire dai quartieri». —
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