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Condannato a trent’anni l’omicida di via Ferrer
La Corte d’appello di Firenze conferma la sentenza del Tribunale di Livorno: fu omicidio volontario con premeditazione
piombino
Deve scontare 30 anni di reclusione Marco Longo, oggi trentacinquenne, per l’omicidio di Fadhel Hamdi, trentaduenne, ucciso nella notte tra il 20 e il 21 novembre 2017. Confermata dalla Corte d’appello di Firenze la sentenza di condanna emessa a luglio 2019 dal giudice del Tribunale di Livorno Antonio Del Forno. Fu omicidio volontario e vi fu premeditazione. Nessuna infermità mentale, nessuno sconto se non quello previsto dal rito abbreviato, con la pena dell’ergastolo commutata in trent’anni di carcere.
Una lite, la spedizione punitiva, un omicidio dai contorni horror, poi i tentativi di depistaggio e l’arresto. Ecco cosa successe in quel drammatico novembre del 2017. È il 19 novembre 2017, una domenica, quando Longo e Hamdi hanno una discussione molto accesa. La lite ruota attorno a un debito non pagato da Longo, circa cinque-seicento euro. Forse per alcune dosi di eroina cedute da Hamdi a Longo. Finisce lì, ma i due si rivedono l’indomani, lunedì 20. E discutono di nuovo. Hamdi a un certo punto gli prende il telefonino e se lo tiene. Una specie di pegno forzato. I due poi si separano e tornano a casa: Hamdi a Piombino, in via Ferrer, Longo a Venturina.
Poco prima di mezzanotte, Longo parte da Venturina e si presenta in via Ferrer a Piombino, da Hamdi. Il vigilante ha con sé la propria Beretta calibro 7.67, alla quale ha applicato un silenziatore artigianale. Si fa aprire da Hamdi, gli spara subito due colpi al torace, lo incatena al letto per fargli confessare qualcosa, forse il nascondiglio dove teneva il telefonino o magari la droga. Alla fine gli spara un terzo colpo, alla testa. Recupera solo la terza ogiva e prova a estrarre le altre due dal torace della vittima, usando un coltello e la cover del cellulare. Poi tenta di depistare le indagini mettendo due monete sugli occhi del tunisino, dà fuoco a tutto e torna a casa. Prova a nascondere ogiva e silenziatore da alcuni amici, che si rifiutano.
All’alba del 21 novembre intervengono i vigili del fuoco, i carabinieri e la polizia. Si scopre che in quell’appartamento non c’è stato solo un tragico incendio, ma un omicidio. La sera, alle 22,15 Longo invia un sms alla ex moglie di Hamdi, Vivet Mone: «Vivet, cazzo, ho saputo cosa è successo...Oddio! ti abbraccio forte, condoglianze! Che mazzata! » . Quattro giorni dopo l’omicidio, la sera del 24 novembre, Longo viene arrestato dai carabinieri mentre si sta recando in un centro estetico a Venturina. Longo confessa subito. Dalla confessione, però, manca un elemento: il silenziatore. Il giorno dopo i carabinieri vanno a dare un’occhiata in un cantiere dell’Enel, a Castelnuovo Val di Cecina, dove Longo prestava servizio come vigilante. In una rimessa trovano molti oggetti bruciacchiati. Tra questi, un coltello e una scatoletta di latta, di quelle per la carne in gelatina. La scatoletta è vuota, senza il coperchietto, con la base forata al centro. Un foro dal diametro compatibile con la bocca della canna: secondo gli investigatori era stata riempita con materiale fonoassorbente in modo da funzionare proprio come silenziatore. La perizia lo confermerà e quel silenziatore diventerà decisivo per il riconoscimento della premeditazione. —
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