Meteo
Con questa politica rilanciare la cultura è un’impresa difficile
Il dibattito dopo l’uscita del Manifesto dei 20 Scrive ex docente di storia contemporanea
L’INTERVENTO
Condivido i motivi di fondo argomentati nel “manifesto dei 20”. Nonostante la mia assenza sostanziale di qualche decennio, da quei primi anni ’70 quando mi occupavo attivamente del problema come assessore alla Cultura, l’aver compiuto comunque l’importantissima prima formazione culturale ed insieme politico-sociale a Piombino, in un periodo di ascesa democratica della città e del Paese nel suo complesso, fa di me un piombinese per sempre. E l’aver pensato ed operato in un orizzonte esterno, mi permette, forse, di pensare meglio l’interno. Credo che anche i «20», e tutti coloro che si sentono impegnati in un’iniziativa tanto meritoria che necessaria, debbano operare con uno sguardo analitico ampio, sia nella dimensione spaziale che in quella temporale (il lungo presente). Metodo che ha caratterizzato quella cultura di cui Piombino è stata protagonista. Una cultura capace di coniugare il senso profondo delle sue modalità di pensiero ed espressione e il senso profondo della nobiltà della politica. Questo è il punto: la politica è nobile solo quando i suoi svolgimenti sono mediati da forte compenetrazione con la sfera culturale. Solo in tale dimensione è possibile l’intelligenza delle cose. Questo tipo di rapporto tra politica e cultura si è progressivamente esaurito durante il «grande balzo all’indietro» che ha caratterizzato il nostro mondo a partire dagli anni ‘80. Tale tendenza non poteva che avere effetti devastanti su un tessuto politico e sociale come quello piombinese, la cui compattezza era stata sempre garantita da un sistema di relazioni politiche, culturali, di resistenza ai meccanismi implicanti subalternità ed alienazione, tra loro coerenti. Il nodo centrale di quel sistema si era definitivamente dissolto. Non si analizzavano più le cause profonde, strutturali, insite nei nuovi modi di accumulazione, le basi insomma di una condizione sociale in cui i «costruttori» non pesavano più sulle decisioni che li riguardavano. Senza il modo nobile di pensare la politica, banalizzazione, chiacchiericcio, personalizzazione, logiche dei gruppi d’interesse, trasformismo, sono diventate progressivamente il luogo del confronto e del dibattito pubblico. Cialtronismo e ignoranza ne sono gli indicatori più immediati. L’ignoranza non è tanto il frutto della scarsa frequentazione dei libri (o non soltanto), quanto del tipo di domande che l’uomo politico pone alla realtà economica e sociale. È il frutto, insomma, della mancanza di intelligenza delle cose, sostituita dall’abilità di movimento tra le cose in vista di un interesse, lato sensu, personale. È mancanza di cultura. Cultura in quanto momento essenziale della possibilità di pensare il sistema di relazioni, nello spazio e nel tempo, che è alla base della conoscenza di quella che chiamiamo «realtà». Una realtà di cui la cultura, nel suo senso pieno, è strumento fondante di analisi critica. Coloro che a Piombino si sentono impegnati nel rilancio della cultura cittadina «come strumento di crescita democratica e civile della società», devono avere ben chiaro che si tratta di un’impresa difficile.Fuori e dentro Piombino, dunque, secondo la tradizione novecentesca della città, è necessario pensare a declinare la cultura in forme nuove. E proprio la costruzione di queste forme nuove si porrà, penso, come momento centrale della nostra «battaglia per la cultura».
Paolo Favilli
(già docente di Storia)
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google