L’atletica piange Gino Ficini, l’allenatore che sapeva parlare al cuore delle persone
A giugno avrebbe compiuto 71 anni, aveva diviso smisurata passione e grande impegno fra Piombino e Livorno
IL RICORDO
STEFANO TAMBURINI
Un paio di baffi, un sorriso, una voce potente. E poi quel fischio che non conosceva confini intorno alle piste di atletica di mezza Italia. Gino Ficini si presentava così e c’era molto altro ancora dietro a questo biglietto da visita che ispirava fiducia e simpatia. Innanzitutto la passione per lo sport che era molto più che puro altruismo.
Gino se n’è andato ieri nella sua Livorno, aveva solo un po’ di tracheite, nulla che potesse far pensare al peggio. Fino al giorno prima era stato come sempre fra i primi a lasciare una battuta sulle chat che uniscono quelli dell’atletica leggera piombinese, il suo primo mondo al quale si era avvicinato grazie al professor Vinicio Sguazzi e dal quale non si era mai staccato anche quando, nel novembre del 1973, si era trasferito a Livorno per lavoro: «Dé, ero in Magona, all’Eni mi davano il doppio e non ci dovevo andare?». La spiegava sempre così, con quelle elle raddoppiate e le vocali allargate alla labronica maniera unite a una gestualità unica, quasi a scusarsi di quel trasferimento da un luogo che non ha mai abbandonato e che ha continuato ad amare senza rinnegare la nuova “patria”, dove aveva trovato il modo di farsi benvolere allo stesso modo dalle nuove atlete.
L’amore per Piombino lo mostrava prima di tutto allenando ancora alcuni dei ragazzi e delle ragazze che seguiva. Soprattutto ragazze, quelle che gli hanno sempre voluto un gran bene, perché era molto più che un allenatore. Gino era padre, fratello, amico, uno che sapeva parlare al cuore. Era quello che insegnava a guidare per prendere la patente, quello che parlava con babbo e mamma quando c’erano problemi. E per le famiglie, in quell’epoca molto complessa, era figura rassicurante anche in tempi di trasferte lontane e allenamenti serali.
Il 4 giugno avrebbe compiuto 71 anni ma Gino è sempre stato un ragazzo. A Piombino aveva studiato all’Ipsia Volta, il padre Duilio negli anni cinquanta e nei primissimi anni sessanta gestiva in via del Fosso il magazzino delle banane che allora erano in regime di Monopolio, come le sigarette. Da ragazzo lo chiamavano “il banaiaio” proprio per il mestiere del babbo, poi è rimasto Gino o “Il Ficini” per tutti.
A Piombino tornava spesso, richiamato da quelle ragazze diventate madri e nonne che non avevano mai smesso di essere le “sue” ragazze, una sorta di seconda famiglia, un affetto che veniva dopo solo a quello per la moglie Linda e il figlio Giacomo. Allenava soprattutto mezzofondiste e velociste, con qualche incursione nell’universo maschile. Ma era sempre prodigo di consigli con tutti, anche con i rivali dei suoi. Negli allenamenti e nelle gare a un certo punto scattava il suo fischio inconfondibile, che era una specie di metronomo. «Non c’è tempo di adagiarsi – diceva – bisogna partire adesso, spremere l’ultima goccia di sudore, sperando che la benzina nelle gambe ti accompagni fino all’arrivo. E se hai finito la benzina, non importa, devi tagliare il traguardo».
In quel fischio si avvertiva tutto questo. Gino ha rappresentato lo spirito di quella passione che portava tante ragazze e ragazzi a praticare una disciplina che, grazie a lui e ad altri come lui, è diventata anche scuola di vita. All’ultima rimpatriata per il 50ennale dell’atletica piombinese ho avuto il privilegio di averlo come vicino di sedia. In tre ore di chiacchiere ha avuto solo parole buone per vecchi atleti, per gli altri allenatori e per i dirigenti. E ha mostrato con pudore e orgoglio l’affetto che le sue atlete continuavano a offrirgli venendolo a trovare dall’altra parte della sala.
E a uno così non poteva non mancare l’amore per il mare dove trascorreva ogni momento libero fino all’ombra dell’ultimo sole, in bici o a piedi. Anche per questo le ceneri di Gino non potranno che essere disperse fra le onde, quando si potrà dopo un omaggio forzatamente postumo.
Mercoledì sera alla moglie, prima di addormentarsi, ha detto: «Se non mi fanno uscire mi schianta il cuore». Soffriva tremendamente questa clausura forzata, lui che viveva negli spazi grandi prima di tutto con la mente. Lo ha ucciso un infarto al risveglio. Si è alzato dal letto, pochi passi ed è caduto. E vien proprio da pensare che a fare i botti più grossi siano sempre i cuori più grandi. Sì, proprio come quello di Gino. —
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