Il Tirreno

La bara, l’urna con le ceneri e l’ultimo viaggio insieme: ciao Marco

Alessandro De Gregorio
Marco Mennini
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Marco Mennini

Il dolore, le lacrime, i sorrisi per la scomparsa di Marco Mennini. E l’umanità tra gli addetti di morgue e cimitero

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Marco Mennini il 22 maggio avrebbe compiuto 58 anni. È deceduto domenica mattina all’ospedale di Livorno, in Rianimazione, dove era stato ricoverato il 17 marzo dopo dieci giorni trascorsi a casa con la febbre alta. Il tampone gli era stato fatto il 16. Conosciutissimo, benvoluto e stimato, la sua scomparsa ha commosso tutta la città e non solo. 

***

PIOMBINO. Piove. La Variante Aurelia è semideserta. A tratti non si vede nulla ma l’auto quella strada la conosce a memoria, dopo anni di servizi e di pendolarismo. Piove e fa freddo e alla partenza si scolla pure uno specchietto retrovisore. Pazienza, lo incollerò quando arrivo a Livorno e intanto viaggio così. Sembra di sentirlo, Marco: «Ecco, il solito demente»

IL CERTIFICATO. In tasca ho l’autocertificazione, quella dell’Ordine dei giornalisti. Se mi fermano, gli dico che vado in redazione centrale per un servizio. No, gli dico la verità. Capiranno. Devo andare a dare l’ultimo saluto al mio amico, a prendere le sue ceneri e riportarle alla moglie.

SUPERCAZZOLE. A Livorno mi sta aspettando il fratello vero, quello naturale. Io sono solo quello di strada, il fratello di una vita intera. So che non potrò entrare. Mi accontenterò di essere lì, da una parte. Non lo vedo dal 3 marzo, non lo sento dal 18. L’ultimo contatto via whatsapp è di quel mercoledì alle 11,15. La moglie è a casa in quarantena, i figli sono bloccati in Germania. Quindi io devo esserci. Almeno lì, almeno oggi. Lui ci sarebbe stato, si sarebbe inventato una supercazzola come se fosse Antani. Lo capiranno se mi fermano. Ma non mi ferma nessuno.

LIVORNO SPETTRALE. A Livorno i viali sono spopolati. Mai visti così. Di solito è un caos tra auto che sfrecciano tra un semaforo e l’altro e i motorini che fanno lo slalom. Livorno è la città più caciarona che conosca. Oggi è spettrale. Un colpo di gas e sono davanti alla sede del Tirreno, in viale Alfieri. Parcheggio proprio lì di fronte, per la prima volta nella vita non devo fare mille giri per trovare un posto libero.

LA MORGUE. Di fronte al Tirreno c’è la morgue. La camera mortuaria. Il luogo del pianto e del dolore. Roberto è lì fuori che mi aspetta, sotto una pioggerellina gelida. La morgue è uno degli unici tre posti davvero trafficati (oltre all’ospedale e al cimitero) della città che amo solo un pochino meno della mia Piombino. C’è un andirivieni di carri funebri e di ambulanze. Una movida lugubre. Più di sempre. Non è il solito viavai. Lo conosco bene quel luogo e non ho mai visto un movimento così continuo, incessante, lemme lemme e senza sosta. Non ho bisogno di numeri e di statistiche per capire cosa stia succedendo. Le persone cadono una dopo l’altra, spariscono e lottano e si arrendono una dopo l’altra. Anche Marco, dopo un lungo corpo a corpo con un alieno invisibile.

EMPATIA. Nel piazzale della morgue le salme entrano ed escono dentro le bare. Gli addetti delle associazioni di volontariato e delle onoranze funebri sono vestiti di nero, hanno le mascherine. Si vedono solo gli occhi. Sono occhi abituati a scrutare il dolore, eppure sembrano stupirsi ancora. Sono occhi tristi e gentili. Comprendono, partecipano. C’è un’empatia profonda tra loro e i familiari in attesa dei loro cari rinchiusi «nel mogano», come avrebbe detto un compianto collega.

FRATELLI. Ci sono regole rigide, i defunti non si possono vedere, toccare, baciare. Anche in quelle salette, può passare solo una persona, un parente strettissimo. Un coniuge, un figlio, un fratello. Al massimo due, se ci sono le condizioni. Noi siamo privilegiati, senza averlo chiesto ci fanno restare entrambi. Anche me. Roberto è uno poco loquace, non come quel chiacchierone di Marco. Dice solo una cosa: «Siamo i fratelli». Il suo amico della Svs lo sa che non è vero, ma non fa una piega. E così aspettiamo in due. E così so che potrò toccare la bara.

IL MIO GIORNALE. L’attesa è lunga. Là fuori, osservo l’ingresso del mio giornale con quel cartello “Impegno e coraggio”. Ci ho lavorato in quella redazione, su quei gradini è sempre stato un delirio di gente che entrava e usciva. C’erano capannelli di colleghi che fumavano una sigaretta, discutevano, scherzavano. Ora è tutto spento, si vede anche dall’esterno. È tutto congelato. Mi si stringe il cuore, devo andare a vedere chi c’è.

La centralinista, bardata di mascherina e guanti, aziona l’apriporta. Salgo le scale a chiocciola e sbuco al primo piano. Tutte le stanze sono buie e vuote. Nello stanzone della redazione centrale suddiviso fra cronaca, sport, cultura e spettacoli, web, sinergie, regionale, prima e attualità, ci sono soltanto un collega a presidiare il quartier generale e una collega a mandare avanti il web. Tutti gli altri sono a casa, a lavorare in sistema remoto. Un giornale senza gente, chiuso alla gente, è una cosa innaturale. Irreale. Una contraddizione. Un insulto allo spirito del giornalismo. Non ho neanche la forza di proseguire verso l’area preparazione, la tipografia. Di colleghi là dentro ce ne sarà solo un altro, al massimo.

Le luci dell’open space sono basse, come l’umore. Andrea, il collega sentinella, l’amico, mi riconosce e mi viene subito incontro. Ma si ferma a un metro da me. Abbiamo lavorato per otto anni a Cecina, insieme. Siamo abituati ad abbracciarci. Non possiamo farlo. Mi squilla il cellulare, è Roberto. Volevo portargli un caffè del distributore automatico ma non c’è tempo. Stanno mettendo la bara nel carro funebre.

LA BARA. Ci ritroviamo ancora lì, a toccare quel legno chiaro dal contenuto inestimabile. In silenzio. Ci lasciano tutto il tempo che vogliamo. Poi ci spiegano la procedura. Porteranno la bara al cimitero dei Lupi per la cremazione. L’urna con le ceneri potremo andare a ritirarla l’indomani. Roberto si volta e mi guarda, lo stoppo subito e gli dico che non ci sono problemi, tornerò domani. L’impiegato dell’associazione fa tutto da solo: «Pensavo che anche lei fosse di Livorno. Non si preoccupi, anticiperemo a oggi».

IL CIMITERO. Il carro si avvia verso il cimitero, noi lo seguiamo in macchina. Uno al volante, l’altro dietro a destra. Con le mascherine. Al cimitero ci fanno entrare, camminiamo dietro al feretro che si dirige verso la cappella, dove ci sono anche gli uffici.

PENSIERI. L’ultima volta che sono stato qui era qualche anno fa, al funerale di Luciano. Ero abbracciato a Emiliano. Altri colleghi che non ci sono più, altri amici svaniti. Altre malattie, non meno dolorose ma almeno contro nemici conosciuti: un tumore, un infarto. Questa che cazzo di malattia è? Lo penso e me ne vergogno subito. Ma i pensieri non hanno freni, non hanno padroni, non hanno limiti. Sono liberi e anarchici e sfacciati. Siamo noi a doverli tenere dentro. Siamo noi a dover fare i conti con la nostra coscienza.

POLVERE. Dai pensieri alla realtà è un attimo, e la realtà è spietata. Altre ambulanze e altri carri funebri. Sono tanti, sono ovunque. C’è gente con le mascherine e gli occhi umidi in attesa davanti all’ufficetto delle pratiche. Ci sono bare che vengono portate dentro e altra gente che esce da qualche porta con una scatola in mano. In ognuna di quelle scatole c’è un’urna con le ceneri di una persona cara. Malgrado le mascherine, riconosco anche qualcuno. Ci salutiamo con uno sguardo, un cenno quasi impercettibile. Le parole non servono. Il silenzio di quel luogo è insopportabile. Anche il pianto è silenzioso, discreto, intimo. Le lame di quel silenzio ti fanno a pezzi. Ci chiamano, ci concedono altro tempo per restare con il nostro fratello. Ci fanno entrare in una stanza dove ci sono altre bare destinate alla cremazione. Siamo tutti distanziati e tutti uniti nello stesso sentimento di dolore sordo.

L’ADDIO. Poi è il tempo di lasciarlo andare. Esco, accendo una sigaretta dopo l’altra e sento di nuovo quella voce: «Demente, la fai finita?». Roberto mi porta nell’ufficetto, dove mi chiedono i documenti e una firma. Ma io non sono il fratello, io pensavo di portarlo a Piombino di nascosto, alla zittina. Non ce n’è bisogno. La calda umanità di quelle persone è il conforto migliore. È un raggio di speranza. Usciamo con i fogli, in attesa della cremazione avvenuta. Ci danno appuntamento alle tre del pomeriggio. Torniamo lì e alle tre in punto abbiamo le ceneri di Marco. C’è altra gente in fila, continuano ad arrivare ambulanze e carri funebri, a entrare bare e uscire scatole.

L’URNA. Ci avviamo al parcheggio. Lascio la precedenza a Roberto, che abbraccia quella scatola e se la porta fuori in quel breve tragitto mentre le lacrime gli bagnano la mascherina. Poi la prendo in custodia io. La sistemo sul sedile accanto al mio, la fermo con le cinture di sicurezza e partiamo. Come tante altre volte, in macchina, io e lui. A raccontarci cazzate, a ridere e a confidarci segreti.

AMICI MIEI. Un amico della nostra cerchia ristretta di ultracinquantenni mai cresciuti mi manda un messaggio: «Fagli vedere il mare». Faccio di più. Lo chiamo e poi telefono anche agli altri due. Ci diamo appuntamento su una stradina sterrata, alla periferia di Piombino. Andiamo al “nostro” mare, quello dove siamo cresciuti. Dove abbiamo nuotato, pescato, mangiato ricci, giocato a pallone, dove abbiamo dormito in tenda, dove abbiamo fatto l’amore, dove abbiamo portato le nostre ragazze, le nostre mogli, i nostri figli. Ci ritroviamo lì nello stesso istante: il Secco, il Mannelli, Zucchero e Neno. Procediamo verso il mare in fila indiana. È un funerale privato. Va bene, restiamo distanti. Va bene, non infrangiamo alcuna legge. Ci fermiamo solo per pochi minuti. Riusciamo anche a ridere, perché quando il dolore tocca abissi troppo profondi scatta qualcosa, una specie di istinto di sopravvivenza. Ci facciamo anche una foto con l’autoscatto, con il nostro Marco al centro. Il nostro leader. Chi se ne frega se qualcuno non capirà, tanto è una roba nostra. Poi ciao, via, uno alla volta. Riporto le ceneri a casa sua, da Flavia. Un giorno le disperderemo in mare. 

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