Il Tirreno

L’INTERVENTO 

I PROGETTI DI JINDAL LEGATI ALLE DECISIONI SULL’ILVA DI TARANTO

steano sanna*

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steano sanna*

Dire che Jindal ha bisogno di altri quattro mesi per fare il piano industriale è poco credibile. Jindal il piano industriale di uno dei suoi stabilimenti nel mondo può definirlo in pochi giorni. Forse il continuo tergiversare dipende dal fatto che si attendono decisioni altrui. Jindal è venuto in Italia con molta determinazione. Ha partecipato alla gara per l’Ilva di Taranto e poi per Aferp). Tale interesse era motivato dall’esigenza di avere una presenza in Europa e nel bacino del Mediterraneo per diversificare la sua articolazione globale e per le prospettive di lungo periodo nei paesi che vi si affacciano. I continui rinvii forse attendono le decisioni su Taranto per capire quali saranno le prospettive dell’industria dell’acciaio in Italia.

A Taranto si producevano 12 milioni di tonnellate di acciaio, ora la produzione è più che dimezzata, se ne producono solo 5 milioni (a Piombino se ne producevano 2 milioni).

Le domande sono: può esserci una prospettiva di ripresa, quanto acciaio si deve produrre, chi può produrlo? La produzione italiana di acciaio è stata nel 2018 di 24,5 milioni di tonnellate; i consumi 29,4; abbiamo importato 14,8 milioni di tonnellate dal resto del mondo, con un saldo negativo dopo le nostre esportazioni di 3,7 milionidi tonnellate, nel 2019 la produzione è ancora diminuita e il saldo peggiorato.

In Europa siamo il secondo produttore e la seconda manifattura metalmeccanica dopo la Germania, quindi l’acciaio ha un ruolo determinante. Quando si troverà una soluzione per Taranto si potrà capire quale potrà essere la prospettiva per la siderurgia in Italia.

Dal Governo, più che un intervento diretto, ci si dovrebbe attendere un indirizzo chiaro di politica industriale per un settore importante e strategico della nostra manifattura. Quando ci fossero tali indirizzi, e fossero credibili, sarebbe più facile fare piani industriali, scelte di medio e lungo periodo che hanno bisogno di investimenti rilevanti e si fanno solo se si intravedono aspettative positive, altrimenti si rinvia. Si dovranno fare scelte sul risparmio energetico; ci sono problemi di impatto ambientale e di risanamento dei siti già compromessi; investimenti in ricerca e sviluppo per l’applicazione di nuove tecnologie mentre in Europa sono in corso processi di razionalizzazione.

In assenza di tali indicazioni non si fanno le scelte, non si programmano gli investimenti e si cerca solo di sopravvivere. A livello micro, le caratteristiche di Piombino presentano non poche opportunità: porto nuovo con notevoli capacità logistiche, anche se con una viabilità ancora insufficiente; una specializzazione produttiva non solo di semilavorati ma anche un prodotto finito di pregio e unico in Italia, le rotaie ferroviarie con un mercato nazionale e anche internazionale con ampie prospettive di crescita (“nel mondo sono operativi 46 mila km. Di linee…altri 12 mila sono già oggi in fase di costruzione. Entro il 2030 sono in programma altri 60 mila km. di ferrovie nel mondo”(F. Onida)); l’ opportunità, unica, di sinergie con la Magona (Liberty Steel) il cui stabilimento dista solo pochi metri, la larghezza di una strada, che ha nei suoi piani industriali l’obiettivo di lavorare laminati piani per 6-800 mila tonnellate che potrebbero essergli girate da Aferpi con semplici carrelli o nastri trasportatori e con investimenti specifici comuni (vecchio progetto mini-mill).

Se queste considerazioni hanno un minimo di realtà bisogna rendersi conto dei ruoli specifici dei soggetti coinvolti. Al Governo non si possono chiedere assurdi e anacronistici interventi di nazionalizzazione, ma si può pretendere che assolva pienamente al suo ruolo di indirizzo strategico nell’interesse dell’industria nazionale.

Le forze politiche e le amministrazioni locali (Comune e Regione) devono anch’esse definire con chiarezza i loro ruoli circa le loro politiche ambientali, per il risanamento dei siti già compromessi che insistono nelle aree retro-portuali indispensabili per lo sviluppo del porto e per altre attività indotte. Piombino è e rimane una città industriale.

*docente

di economia politica

Università di Pisa

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