Il Tirreno

“Il commercio che resiste” 

«Questa città si è impoverita, serve subito un piano di rilancio»

Stefano Bramanti
«Questa città si è impoverita, serve subito un piano di rilancio»

De Simone (Confesercenti) interviene sulla crisi dei negozi «Da un ventennio Portoferraio non sa cosa vuole diventare»

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PORTOFERRAIO. «Occorre contrastare uniti un fenomeno che rischierà in pochi anni di cambiare definitivamente il tessuto socioeconomico di Portoferraio; una città in forte crisi di identità che da un ventennio non ha deciso cosa vuol essere. Ci vuole un forte progetto comunale». È quanto sostiene il presidente di Confesercenti Elba Franco De Simone, che interviene sulla questione del commercio nel centro storico di Portoferraio, al centro dell’inchiesta “Il commercio che resiste” del Tirreno.

«Uno studio svolto a livello nazionale afferma che tra le nuove aperture solo il 63% riesce ad andare avanti oltre il 4° anno di vita e questo dice molto sulla fragile economia del nostro paese. Sono anni che il mondo delle imprese è in seria sofferenza. Lo è a livello nazionale, dove soprattutto le piccole imprese sono a più alto rischio di chiusura, e lo è anche a livello locale, in realtà come quelle della nostra cittadina, dove il turismo offre qualche possibilità in più, ma dove problemi come la tassazione, i canoni di affitto, l’avvento dei grandi operatori internet come Amazon e altri, restano e pesano sempre di più. È ovvio che se in questo contesto già molto difficile andiamo a introdurre altri elementi di forte concorrenza come nuovi negozi di media distribuzione e magari anche un centro commerciale, dobbiamo prendere coscienza che il piccolo commercio sarà sempre più in crisi».

La Confesercenti ha fatto presente a più riprese e a più livelli. «Portoferraio in questo momento appare effettivamente impoverita – incalza De Simone – I problemi sono tanti e purtroppo sono gli stessi degli ultimi 20 anni, solo che adesso si percepiscono di più per via della prolungata crisi economica. Sarebbe facile dire: non ci sono eventi, la strada è sciupata, il lampione è spento, e così via, ma il problema vero è il solito: la città non ha mai voluto decidere cosa vuol essere e sta attraversando una vera e propria crisi di identità. Gli eventi vanno organizzati se non vogliamo in questo momento una città smobilitata e negozi che chiudono, ma dobbiamo essere consapevoli che si tratta solo di un sistema per “drogare” la vitalità del tessuto socio-economico e che lascia intatti i problemi ed i limiti di una città da anni priva di un vero piano di rilancio. Insistiamo sul fatto che serve ripartire quanto prima con un progetto di città serio, il più possibile partecipato, che sia in grado di programmare il lungo ma anche il breve termine (che non va mai perso di vista)». De Simone spiega come non esistano «ricette magiche», bensì serva «un approccio più sistematico. Servono una visone di città e di territorio, spunti e progettualità nuove, coerenza, idee e professionalità adeguate (un city manager?) per supportare tutto questo. Chiediamo quindi con forza all’amministrazione comunale di lavorare in questo senso, di programmare incontri per raccogliere istanze dal territorio, per poi realizzare un progetto di rilancio». —
 

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