Il presidio
Duecento persone in piazza per dire no al razzismo
Tanta gente all’incontro con Francesco Bouchard e don Pierluigi Castelli «Additare un nemico funziona, soprattutto quando la popolazione è in difficoltà»
«Ogni città ha una frontiera che separa dall’altro. Vi invito ad individuarla anche qui, ad andare oltre, con compassione e assunzione di responsabilità».
Con queste parole Francesco Bouchard ha concluso l’incontro “Lampedusa chiama, Piombino risponde” organizzato in piazza Cappelletti dalla Rete solidale e antirazzista. Duecento persone intorno a lui e a don Pierluigi Castelli, il parroco che su migrazioni e sbarchi è intervenuto recentemente incassando accuse ma anche tanta solidarietà.
Con entrambi, breve anteprima per porre qualche domanda.
Vent’anni, uno appena trascorso a Lampedusa come operatore di Mediterranean Hope, il progetto sulle migrazioni della Federazione delle chiese evangeliche in Italia, finanziato soprattutto con l’8 per mille valdese. Dopo la maturità, il famoso periodo sabbatico Francesco l’ha consumato là. In quella terra sotto i riflettori. Nè tutta leghista, nè tutta antirazzista, come sottolinea lui. Residenti con tanti problemi e privi delle risorse per affrontarli, questo sì.
Da qui, con il Forum Lampedusa solidale, la decisione di provare ad abbattere quella frontiera che separa “noi” da “loro” intervenendo con gesti tangibili anche a favore della popolazione locale (come il sostegno a lavoratori rimasti senza salario) o dei terremotati del Centro Italia, ad esempio. Perchè «i diritti, se non sono per tutti, sono privilegi non è solo uno slogan».
Negli ultimi tempi Bouchard ha assistito ad un peggioramento “estetico” nella qualità dei rapporti tra migranti e abitanti, per dirla con le sue parole. Nel senso che chi maldigerisce le presenze esterne ha meno remore a dichiararlo anche con insulti. «Additare un nemico funziona, soprattutto quando la popolazione è in difficoltà. Ma - prosegue l’operatore di Mediterranean Hope - è sbagliato pensare che sia la conseguenza della politica degli ultimi tempi. Tutto si posa sulle azioni di governi precedenti. Basti ricordare le vicende libiche».
E poi, i racconti degli sbarcati. Le innumerevoli salme invisibili. Come quella del neonato caduto in mare e le parole disperate della mamma che invece si è salvata.
Davanti al ripetersi di tanti orrori, più che di giustizia non sarebbe meglio parlare di ingiustizia divina? Sorride don Castelli. «Siamo abituati a pensare alla giustizia di Dio in forma retributiva. Fai questo e ti do questo. Non è così. Il male non lo vuole, se ne fa carico dandoci la possibilità di inserirci nel suo disegno. Siamo liberi e responsabili. Dai una mano, non respingere. La sua è una giustizia che promuove il riscatto delle persone, anche di quelle che sbagliano».
Troppo incattivimento in giro, il disconoscimento del valore delle persone come tali: questo lo aveva spinto un paio di mesi fa ad affiggere in Sant’Antimo una lettera in cui argomentava il suo no all’ignavia, all’indifferenza, al silenzio, con conseguente attacco della Lega. «Sono stato accusato di non occuparmi dei problemi locali. E non è vero. Mi si dimostri - aggiunge - che con le mie parole sono andato al di fuori dei contenuti del Vangelo».
Incoerente semmai, per don Castelli, è il ricorso ai simboli religiosi «mescolandoli a comportamenti politici che di evangelico non hanno nulla». —
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