Il Tirreno

L’intervento di monsignor Pierluigi Castelli 

«No all’ignavia, all’indifferenza e al silenzio sulla Sea Watch»

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PIOMBINO. Ha scelto l’albo della chiesa per rendere noto il suo pensiero sulla vicenda Sea Watch. Il testo di monsignor Pierluigi Castelli, parroco in Sant’Antimo, è netto e inequivocabile ed è velocemente rimbalzato sui social ricevendo numerosissime adesioni.

«Non l’ignavia, non l’indifferenza, non il silenzio. A titolo strettamente personale,- scrive - senza coinvolgere alcun membro di questa comunità, ma felice se qualcuno ne vuole liberamente condividere il pensiero, dichiaro che non in nome mio ha agito il governo italiano e non gli riconosco il diritto di definire “criminali” e “atto di guerra” le decisioni assunte dalla comandante della Sea Watch 3: guerra è, piuttosto quella esplicitamente dichiarata nei confronti delle Ong che soccorrono disperati», scrive don Castelli . Che aggiunge: «Provo vergogna del diniego all’approdo per così tanti giorni anche dopo la disponibilità manifestata dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia prima e da cinque nazioni poi di accogliere le 42 persone che quell’imbarcazione trasportava. Non condivido e mi appare ipocrita - prosegue il sacerdote - la distinzione tra l’aspetto morale e quello legale cui si è richiamato il presidente Conte: è “immorale” quella legge che non rispetta la vita e la dignità delle persone, le quali sono sempre il fine e non il mezzo per le azioni politiche che si vogliono intraprendere». Castelli afferma di approvare chi ha scritto che «”la questione interpella l’etica prima ancora della legge e della politica”. Vedo la fine di una Unione Europea che non è capace di farsi carico “in solido” delle profonde ferite del mondo e delle epocali sue trasformazioni, ricorrendo – con anche il nostro governo assente e complice – ad egoismi nazionali e a lucrare su paure in gran parte indotte».

«Stigmatizzo - prosegue- l’atteggiamento di chi sbandiera simboli di fede e di preghiera, pellegrinaggi e presenze in luoghi cari alla devozione popolare e poi offende, con provocazioni contrarie, lo spirito e la lettera del Vangelo e la testimonianza che Gesù Cristo ha offerto: “il sabato è per l’uomo, non l’uomo per il sabato».

Una dura presa di posizione in cui il sacerdote afferma di ascoltare con sofferenza le dichiarazioni: «“non prendiamo lezioni da nessuno”, quando ormai è evidente e ancor più doloroso che – diversamente dalla nostra storia e dalla nostra civiltà – ci siamo messi in condizione di non poterne dare più ad alcuno. Accetto che si rimproveri la mia persona e i miei atteggiamenti di essere non adeguati al Vangelo di Gesù che io professo con convinzione, ma si dimostri che ciò che io ora ho affermato è contrario a quel Vangelo! Prima che sia troppo tardi voglio evitare l’ignavia, l’indifferenza, la complicità anche del silenzio». —



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