Il Tirreno

il caso 

Il confronto iniziato con l’arrivo di Parmalat

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san vincenzo. Uno spicchio di 540 ettari la Tenuta di Rimigliano, su cui dalla fine degli anni Novanta discutono mondo politico, comunità locale, associazioni e comitati ambientalisti, anche a livello regionale e nazionale, divisi su un progetto di riqualificazione e recupero degli immobili che è passato di mano, e con più di una sforbiciata alle volumetrie, dalla Parmalat di Tanzi alla Rimigliano Srl. Il patrimonio edificato esistente nella tenuta è da anni al centro delle discussioni, in quanto per associazioni, comitati ambientalisti e gruppi politici esso sarebbe stato gonfiato ben oltre le reali possibilità.

Della tenuta si parla da una ventina d’anni. A dir la verità, dagli anni Settanta; ma è dagli anni della Parmalat e della proprietà facente capo ai Tanzi che la Tenuta di Rimigliano è al centro della battaglia politica. Nel 2003 la Parmalat fallisce, e alla successiva asta immobiliare la spunta la cordata facente capo a Maurizio Berrighi, Gioia Marchi Falck, Antonio Pecci, Piero Antinori – ai quali si sono aggiunti recentemente Gaddo della Gherardesca e Ferruccio Ferragamo –, che batte la Lazzi e si aggiudica la prestigiosa proprietà di circa 540 ettari per 23,5 milioni di euro, accollandosi 7 milioni di debiti Parmalat.

Nel regolamento urbanistico del 2000 era possibile realizzare all’interno della tenuta 30.500 metri quadrati (mq), con la prima variante del 2012 la previsione venne diminuita a 22.600 mq. Oggi, con la nuova variante il dimensionamento viene ulteriormente diminuito a 16.174 mq: 12.074 mq di recupero dell’esistente e 4.100 metri quadrati di nuova edificazione. –

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