Il Tirreno

monteverdi: rievocazione storica 

Walfredo come Francesco la povertà scelta 5 secoli fa prima del santo di Assisi

Giorgio Piglia
Walfredo come Francesco la povertà scelta 5 secoli fa prima del santo di Assisi

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Monteverdi. Sulle orme di Walfredo domani numerosi monteverdini saliranno in costume d’epoca fino all’abbazia di San Pietro per una rievocazione delle vicende che portarono, intorno al XII secolo, alla costruzione di quel monastero e del precedente, sotto Monteverdi, fondato da Walfredo.

Più tardi si raduneranno in piazza San Rocco per una grigliata, a cui seguirà la sfilata in costume nel centro storico e alle 16 lo spettacolo dei Cavalieri di Ildebrandino di Suvereto. Il tutto a cura della Pro loco. Alle 16,30 Giuliana Balletti e Alessandro Colletti presenteranno il volume “Cibo e moda al tempo del longobardo Walfredo”, corredato da un mini-dizionario italiano-longobardo, anche questo edito dal circolo culturale Badivecchia come “Vita, morte e miracoli del bel Walfredo” degli stessi autori.

Ma chi era Walfredo? In un contesto ben disegnato da Colletti, studioso del territorio e delle sue vicende storiche, Balletti, giornalista e autrice di diverse opere su Monteverdi, ha tradotto dal latino dell’Altomedioevo la “Vita Walfredi”, scritta dal nipote Andrea, terzo abate della Badia di San Pietro in Palazzuolo fondata dallo zio nel 752-754 in una sua proprietà – oggi Badia Vecchia – ai piedi del poggio sul quale alcuni secoli dopo sorse il castello di Monteverdi.

Walfredo era longobardo di terza-quarta generazione, nato a Pisa. “Sebbene fosse laico – così lo descrive il nipote-abate Andrea – era uomo molto importante e bello e di gentile aspetto. Walfredo era anche puro di mente, di fede retta, chiaro ma anche soave nel parlare. Ricchissimo…”. Che fosse ben fornito di proprietà non ci sono dubbi: quando, anticipando San Francesco di cinque secoli, decise di spogliarsi di tutti i suoi beni donandoli al monastero di Monteverdi da lui fondato, firmò davanti a un notaio di Pisa un atto di donazione lungo diverse pagine.

Aveva proprietà da Lucca in giù nella Toscana costiera fino alla Maremma e perfino in Corsica. Ma non solo ricco di beni terreni, Walfredo era anche cristiano devoto e di robusta fede. Fondatore del Monastero di Monteverdi a cui impose la regola benedettina ora et labora, fondatore di un secondo monastero in Versilia, questo femminile, dove si rinchiuse sua moglie Ertrude, era destinato a diventare santo alla sua morte per “mal del fianco” l’appendicite, il 14 febbraio del 764. E ciò avvenne a furor di miracoli: guarì monaci che soffrivano ai denti e di febbre, portò alla vittoria 40 guerrieri contro centinaia di Mori sbarcati a Populonia. Di altri miracoli si trovò tracce nel 1781, l’anno della ricerca delle ossa di Walfredo, quando il vescovo in visita pastorale a Monteverdi raccolse testimonianze locali e anche di Suvereto, Monterotondo, Castagneto, Sassetta. Ma il più “spettacolare” miracolo Walfredo lo ebbe su di sé: era tormentato da forti pulsioni sessuali, cercava di vincerle con la preghiera chiedendo “a Dio di togliere dalla sua carne la causa del vizio…Ed ecco che una notte – racconta l’abate e nipote Andrea – vide venire a sé un angelo che lo evirò…”. E solo “sul punto di morire raccontò il miracolo ai suoi discepoli”. Questo è stato Walfredo. Nel volume verrà presentato domani Balletti e Colletti ci portano alla mensa del santo longobardo. Ma non solo cibo e bevande, ci racconteranno anche come vestivano donne e uomini; e di quali malattie soffrivano. Insomma, una miniera di notizie e curiosità. E a corredo un piccolo dizionario per scoprire quante parole del nostro linguaggio quotidiano le abbiamo ereditate da Walfredo e dai suoi connazionali “barbari” venuti dalla Scandinavia. —

Giorgio Piglia



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