Italia
«Questa destra va fermata» Calenda scalda il centrosinistra
L’ex ministro, in piazza per Tempestini, ricorda il salvataggio delle acciaierie Appello della candidata a sindaco: domenica si decide il futuro di questa città
PIOMBINO. Pd e centrosinistra si sono giocati l’ultima carta. Dopo il comizio del segretario Nicola Zingaretti, ieri in piazza Verdi è arrivato Carlo Calenda, l’uomo simbolo del salvataggio delle acciaierie, il ministro dello Sviluppo economico che prima mise Issad Rebrab in un angolo e poi guidò l’operazione della cessione di Aferpi all’imprenditore indiano Sajjan Jindal.
E il comizio di Calenda, arrivato per sostenere l’elezione a sindaco di Anna Tempestini che chiudeva la campagna elettorale, in effetti ha radunato centinaia di persone in piazza.
Ad aprire l’iniziativa è stata Tempestini, che ha scelto di fare un discorso molto duro nei confronti del suo avversario e più in generale della coalizione: «Come farà a governare Ferrari – ha tuonato dl palco – una coalizione con la Lega in posizione di comando, dove c’è anche gente che si dice di sinistra? E come farà a guidare la città continuando a fare l’avvocato come ha sostenuto? Voglio sapere chi ha pagato una campagna elettorale come quella che ha fatto la destra, che ha un programma vuoto di contenuti, che punta solo sull’odio e sulla paura. Domenica si decide il futuro della città – ha sostenuto – per questo faccio appello anche ai 5 stelle, agli elettori di Rifondazione e di Spirito libero. Noi non puntiamo sull’odio, ma sulla scuola, sulla cultura, sui valori che contraddistingono la nostra città».
Poi è toccato a Calenda, che ha ricevuto un lunghissimo applauso quando ha ricordato «quei 15 giorni al Mise passati notte e giorno a lavorare per sbattere fuori Rebrab e portare Jindal a Piombino. Credo sia stata la più difficile mediazione del mio periodo da ministro». Parlando da leader, Calenda ha attaccato Matteo Salvini e Luigi Di Maio, «a cui manca l’idea etica necessaria a un Paese che dovrebbe saper scegliere tra i finti sussidi e lo sviluppo. Perché la cultura industriale è la spina dorsale di un Paese, lo strumento che nel dopoguerra ha sottratto l’Italia alla povertà». Riferendosi a Salvini ha sostenuto che «quando sei un ministro devi andare al consiglio europeo, perché è il tuo lavoro: io credo che nessuno che vota Lega prenderebbe a lavorare uno come Salvini. Parla di flat tax, e io sono convinto che non si farà mai, ma è possibile mettere sullo stesso piano i guadagni di Berlusconi con quelli di un operaio? «Io penso – ha proseguito – che se c’è un euro da spendere vada messo nella sanità pubblica e nella scuola pubblica perché questi sono i pilastri». L’ex ministro ha raccontato della malattia della moglie, una leucemia curata in un ospedale pubblico, il Gemelli di Roma: «Mi è stato detto che negli Usa l’intervento a cui è stata sottoposta sarebbe costato un milione. Ecco, a noi è costato zero. Ricordiamoci queste cose, perché avere i conti in ordine significa anche poter fare queste cose per la salute della gente».
Calenda ha spiegato la incapacità di comprendere «come ancora non ci sia accorti di questa situazione. Ma perché ci si rivolge agli imbonitori? Come può permettersi Salvini, che non ha mai lavorato, di dire che 60 milioni di italiani sono figli suoi? Si vede che loro sono forti perché noi siamo deboli. Poi però non ci potrà lamentare quando arriverà il conto: o si alza la testa ora o si sta zitti dopo. Hanno già tolto 4 miliardi alla scuola, per la flat tax si vuol tagliare la sanità. Ma se ci provano saremo tutti in piazza».
Poi l’attacco a Salvini è arrivato a comprendere anche Di Maio, al quale ieri ha dedicato un video sui social, in cui elenca le crisi aziendali precipitate negli ultimi mesi in un vicolo cieco, tra cui quelle di Whirpool e Mercatone Uno. «Quando sono diventato sottosegretario al Commercio estero venivo da incarichi in aziende come Ferrari, come Sky, ma quando sono entrato al Ministero – ha ricordato – avevo paura di non saper fare questo lavoro e ho avuto rispetto di chi sapeva, cercando di imparare alla svelta. E loro? Nulla. Ma è possibile che due che non hanno mai lavorato in vita loro non siano mai al loro posto di lavoro?».
Appello finale all’unità della sinistra spiegando che «mentre ci si interroga su chi è troppo di sinistra, o troppo liberale o non so cosa, va in pezzi la democrazia. Io sono per welfare, lavoro, istruzione: non sono queste le priorità non solo della sinistra ma di un Paese? Li dobbiamo fermare – ha concluso – perché ciò che si dà per garantito diventa reversibile, tutto quello che si dà per acquisito può finire cancellato». —
Cristiano Lozito
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