Sulle tracce del vino dell’Elba che fece innamorare Napoleone
I ragazzi dell’agrario hanno studiato i prodotti e l’agrobiodiversità dell’isola che è stato al centro delle rotte commerciali fin dall’antichità
PORTOFERRAIO. L’isola d’Elba è stata da sempre al centro delle rotte commerciali dell’antichità, in bilico tra mito e leggenda e conserva ancora oggi alcune peculiarità con una caratteristica agrobiodiversità particolarmente interessante, ad esempio quando si vanno a toccare i vitigni che hanno seguito il flusso e le rotte della viticoltura greco-fenicia.
È stato il tema del convegno organizzato dal professor Alessandro Petri, ieri mattina all’Itcg Cerboni che ospita un indirizzo agrario e che ha indicato l’isola d’Elba come “avamposto della civiltà rurale nel Mediterraneo”.
È stata un’occasione per gli studenti di mostrare come siano riusciti a fare proprio il concetto di biodiversità, attuando un progetto di orto sinergico che stanno portando avanti con successo. Lo stesso successo che nei secolo l’Elba è riuscita ad avere per quanto riguarda la produzione di vino e che oggi sta tornando ad ottimi risultati qualitativi, andando anche a riscoprire esperimenti dell’antichità. Il viticoltore Antonio Arrighi infatti ha deciso di toccare con mano il segreto degli isolani di Chio che producevano vino di qualità. «Siamo andati a sperimentare tenendo l’uva qualche giorno in mare – ha spiegato Arrighi – per far togliere quella sostanza esterna che è la pruina e quindi avere un appassimento più veloce e mantenere più sostanza nel vino. Un esperimento per la prima volta dopo 2.400 e che mi è stato suggerito dal professore dell’Università di Milano Attilio Scienza».
Arrighi produce vino in anfora da 10 anni ed era particolarmente attratto da questa nuova sfida. Ha messo l’uva Ansonica in ceste di vimini immerse per alcuni giorni in profondità . «Dopo abbiamo messo l’uva ad appassire sulle cannucce e poi in anfora – continua – La quantità di sale presente ha permesso di evitare di usare solfiti. Il vino era proprio come lo facevano greci». L’obiettivo è di restituire all’Elba il ruolo che aveva nell’antichità nel commercio del vino. «Stiamo lavorando per riavere lo spazio che merita – termina – visto che nella prima metà dell’ottocento era il principale produttore di vino della Toscana con cinquemila ettari presenti sul territorio. Il nostro vino andava verso la costa, la Liguria e nel sud della Francia».
E proprio dalla Francia è arrivato uno di principali riconoscimenti per il vino elbano all’inizio dell’’800: Il privilegio dell’imperatore, una sorta di Doc ante litteram grazie ad una richiesta arrivata a Napoleone Bonaparte dall’Elba. Il provvedimento fu preso dopo una supplica fatta dai funzionari elbani che si preoccupavano della sua situazione economica. Napoleone nel 1809 era primo console e pensò di provvedere immediatamente con un decreto che togliesse i dazi di pedaggio ai vini elbani equiparandoli a quelli francesi, riconosciuti quindi come originari dell’isola e con libero acceso sulle coste italiane. «Da quel momento – spiega Gloria Peria responsabile degli archivi storici elbani – i vini saranno accompagnati da una sorta di certificato che ne attesta la provenienza dall’isola d’Elba, la protegge e la controlla». Dalla storia ai giorni d’oggi, alla riscoperta della biodiversità. «Molto spesso non ci si rende conto del potenziale che abbiamo – ha terminato il professor Alessandro Petri – mentre dobbiamo renderci conto di quanto può offrire la nostra isola. Spesso ci accostiamo al nostro patrimonio con noncuranza, mentre serve quell’apporto culturale necessario per valorizzare il fatto che la diversità è una ricchezza e non un problema».
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