Il Tirreno

L’arresto di Issad Rebrab 

«Il nostro gruppo e gli algerini vittime della mafia economica»

V.P.
«Il nostro gruppo e gli algerini vittime della mafia economica»

Il magnate si difende dalle accuse di aver trasferito illegalmente capitali Il sindaco interpreta il caso con la volontà di perseguire l’imprenditore

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PIOMBINO. «L’arresto di Issad Rebrab lo voglio interpretare più come un problema di democrazia che di carattere imprenditoriale». È un inciso dell’intervento di fine mandato del sindaco durante la seduta del consiglio comunale di ieri. Intervento che giocoforza ha ripercorso le vicende industriali della città e, quindi, anche l’acquisto delle Acciaierie da parte del magnate algerino.

In sostanza per Massimo Giuliani l’arresto sarebbe il risultato della volontà del governo di Algeri di perseguire un personaggio che ha avuto un ruolo di rilievo fuori dal suo Paese e che ha investito in Europa.

Intanto, sulla vicenda che coinvolge uno degli uomini più ricchi d’Africa, le agenzie hanno battuto altre informazioni.

Secondo alcuni commentatori, Rebrab potrebbe essere finito in carcere per motivi politici. Fondatore di uno dei principali giornali di opposizione, Liberté, originario della regione berbera da sempre in conflitto con le autorità che hanno bloccato diversi suoi progetti industriali.

I reati di trasferimenti illeciti all’estero sarebbero legati alla EvCon industry, controllata della Cevital, una multinazionale con interessi in molti settori, dall’acciaio all'elettronica e alle costruzioni, e ad un progetto avviato a Bab Jdid. «Teniamo a sottolineare - afferma la società in una nota - che non si tratta, come qualcuno ha lasciato intendere, né di un caso di corruzione né di distrazione o di spreco di denaro pubblico. Simili pratiche - aggiunge la società - sono contrarie alla nostra etica e ai nostri valori». Lo stesso Rebrab, nei giorni scorsi, aveva negato ogni accusa affermando su twitter che il suo gruppo «al pari del popolo algerino, è vittima del sistema e della sua mafia economica».

Una resa dei conti, quella col governo, che ipotizza Paolo Francini. Per l’esponente di Camping Cig, comunque, il caso conferma l’inesistenza di salvatori della patria. «Se ci si fosse affidati meno alle promesse e giudicato la realtà, - commenta - non avremmo avuto Kaled e Rebrab e ora avremmo condizioni diverse rispetto all’incertezza che persiste».

«Dava l’impressione di una persona che aveva a cuore gli obiettivi che si era dato trovandosi però, coinvolto in una avventura più grande di lui a cui probabilmente non era preparato a sufficienza». Il commento è di Stefano Ferrini, all’epoca vicesindaco e assessore alle attività produttive. Che aggiunge: «Non un furbetto qualsiasi, insomma. Con più facilità una persona ostacolata nel raggiungimento dell’obiettivo».

Tra chi ha puntato di più sull’imprenditore finito in manette c’è l’Usb. Andrea Marianelli, come altri del sindacato di base, conferma di aver sostenuto il progetto perchè rispetto ai livelli occupazionali annunciati e alla riapertura dell’area a caldo garantiva risposte migliori. «Ci è apparsa convincente l’impossibilità di completare i piani a causa del blocco delle risorse in Algeria mentre dalle istituzioni e dalla banche italiane avremmo voluto maggiore fiducia», afferma Marianelli. Che circoscrive la critica ad un punto: «Ha acquistato la fabbrica per 5 o 6 milioni e l’ha venduta a dieci volte tanto. Del resto, è un imprenditore». —

V.P.

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