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Allievi Einaudi alla scoperta del rifugio sotto il Castello
Tante domande su una guerra che fece molti morti in città Probabile riapertura nell’anniversario del bombardamento
PIOMBINO. «Gli studenti la maschera antigas l’avevano d’ordinanza come gli operai. I civili se la dovevano comprare...». Gianpiero Vaccaro racconta. Per la IV e V C (turismo) Einaudi la Seconda guerra mondiale non è più così lontana. Già dall’ingresso del rifugio anti aereo sotto il Castello questi “volontari della memoria” (Vaccaro, Pellegrini, Calvi #PiombinoUnderground) - in collaborazione col quartiere Porta a terra - ricordano che si sta cercando di organizzare un’apertura nell’anniversario del bombardamento dove morirono 41 piombinesi (12 maggio 1944).
Nella penombra tra una galleria e l’altra queste centinaia di persone sedute sembra di vederle, qui accalcate dove doveva essere molte meno; fuori le bombe e l’ossigeno che manca. «La nostra essenza... il nostro essere, trova forma nei silenzi e nelle lacrime rimaste in un tunnel» dice Riccardo Pellegrini. C’è la suola della scarpa di bambino (persa mentre magari la mamma scappava portandolo stretto in braccio), una tazza incrostata: memorie recuperate durante la pulizia del percorso.
Ganci che sporgono dalla parete, unico posto dove si poteva le appendere qualcosa.
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«Qui la vittima più giovane – risponde Vaccaro a una studentessa – è stata una tredicenne rimasta indietro con la nonna... La galleria è stata murata dopo l’armistizio qui anche medicheria e pronto soccorso perché l’ospedale era stato trasferito a Campiglia. Anche la galleria ferroviaria del Capezzolo rifugio anti-aereo, ospitava pronto soccorso e caserma dei carabinieri». Si scopre sempre di più di questa Piombino sotterranea che conta oltre 40 rifugi. «Sotto il Castello fu provvidenziale il tunnel scavato da volontari come ulteriore via d’accesso – dice Vaccaro – È grazie a questo che fu possibile salvare le 300 persone in trappola dopo il bombardamento». Cresce la curiosità sugli altri rifugi. «Speriamo di poter rendere visitabile presto quello di Cittadella – aggiunge Vaccaro –, sotto il museo archeologico: ospitava fino a 500 persone». Domande su Punta Falcone e sulle batterie contraeree (in studio il programma visite), ma pure sui fortini di Montemazzano.
Tutti fermi davanti alle scritte illuminate con le torce. «Una scritta è un segno di identità, chi si è rifugiato in quel corridoio ha voluto lasciare un segno, un nome – ricorda Walter Calvi – Una data fissa il momento esatto: passano 75 anni, ma leggendo, è inevitabile pensare a quelle persone che scappando da i bombardamenti, trovavano rifugio proprio qui e ci vogliono testimoniare : io c’ero...». Esperienza diversa. Emozionante per tutti.
«Mentre eravamo in galleria, rispondendo alle ragazze e guardando le loro espressioni nel gioco di luce ed ombra dei corridoi – conferma Gianpiero Vaccaro –, non ho potuto fare a meno di pensare a quelle ragazze, quasi loro coetanee, che in tempi oscuri vissero nella nostra città. Le ho viste raccogliere in un fagotto poche cose di valore o indispensabili al primo suono della sirena d’allarme, prendere bambini in braccio o attardarsi ad aiutare gli anziani, nel buio verso la salvezza, lasciando magari per l’ultima volta la propria casa e le proprie cose. Il rombo dei motori, lo schianto delle bombe, il panico nelle gallerie, l’aria irrespirabile. L’angoscia di non ritrovare alla fine casa e affetti, di dover ripartire da zero. Sembrava che le ragazze di oggi, più che i maschi, percepissero tutto questo. La guerra la decidono gli uomini ma si abbatte quasi sempre sulle donne e sui bambini. Oggi, 8 marzo – chiude in un soffio – , l’emozione non è stata tanto il cercare di trasmettere qualcosa, ma il ricevere altrettanto». —
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