Il presidio
Lorenzo, il cuore nella sua Piombino e quel sogno da attore divenuto realtà
Mamma impiegata, babbo pasticcere: nella scuola di Viviana Tacchella ha mosso i primi passi nel mondo dell’arte. Il teatro è la sua grande passione coltivata con impegno, anche se in tv ha recitato nei “Delitti del BarLume”
PIOMBINO. Lo abbiamo ammirato recentemente nei panni di Gianni Aloisi, il nipote del sindaco di Pineta, in una puntata di “I delitti del bar Lume” in onda su Sky. Ma Lorenzo Frediani – ventisei anni, nato a Piombino, da genitori piombinesi – mamma impiegata di banca, babbo pasticcere, due fratelli più piccoli, uno di diciotto anni e l’altro di quattordici che tifano per lui– il mestiere dell’attore lo sta facendo a tempo pieno da tempo, anche se ammette: «Non sono quel che si dice un figlio d’arte», rivelando che deve tutto non tanto al suo dna, ma a due insegnanti di teatro che hanno tirato fuori da lui quello che forse senza il loro aiuto sarebbe rimasto sommerso.
Partiamo dalla sua famiglia. Mamma e babbo sono contenti di avere un figlio che fa un mestiere non facile come quello dell’attore?
«Molto. E li ringrazio, perché intraprendere un percorso artistico al giorno d’oggi è più difficile che mai (in particolar modo nel nostro paese), e non è affatto scontato che i genitori sostengano e incoraggino una scelta così rischiosa».
E i suoi fratelli cosa ne pensano?
«Vengono a teatro a vedere i miei spettacoli con molta curiosità e interesse, cosa che mi fa felice: la loro generazione in fondo è il pubblico di domani».
Ha mosso i primi passi verso la recitazione nel “Centro didattico musicale di Piombino” di Viviana Tacchella e Rossella Canaccini. Ma in quella scuola c’è andato perché voleva recitare o lo hanno deciso i suoi genitori vedendo in lei delle qualità?
«Ho conosciuto Ross (Rossella ndr) quando ero alla scuola elementare perché teneva delle lezioni di musica. Mi colpì da subito il modo semplice e appassionato con cui trasmetteva i suoi insegnamenti, e chiesi a mamma di poter andare a lezione da lei. Da lì in poi sono stato suo allievo, fino alla fine del liceo. Devo moltissimo sia a lei che a Vivi (Viviana ndr). Nonostante tutti i maestri che ho avuto negli anni, è con loro che ho mosso i primi passi, ed è grazie a loro che ho fatto le prime scoperte artistiche».
Quanti anni aveva quando ha iniziato a prendere sul serio l’idea di recitare?
«Già al liceo mi era ben chiaro cosa volevo fare, ma tutto è diventato più concreto con l’ammissione alla Scuola d’Arte drammatica Paolo Grassi di Milano, dove ho cominciato a concepire il teatro come professione».
Dopo la Paolo Grassi ha studiato con Peter Stein e nella scuola fondata Luca Ronconi, il Centro teatrale Santa Cristina. Nomi importanti ma anche maestri rigorosi. Che cosa le hanno insegnato?
«Peter Stein è un maestro di livello internazionale ed è un uomo che ama profondamente il teatro e sopratutto i suoi autori. Purtroppo non sono riuscito a conoscere Luca Ronconi, perché ho frequentato la scuola che dirigeva pochi mesi dopo la sua scomparsa, anche se ho avuto la fortuna di studiare con molti attori che hanno lavorato con lui».
La sua prima esperienza nel cinema, prima ancora di frequentare l’accademia, è stata nel 2010 con il regista Carlo Mazzacurati nel film “La Passione”. Come è andata?
«Benissimo. Non avevo idea di cosa significasse lavorare su un set di alto livello, circondato da professionisti e, giorno dopo giorno, scoprivo qualcosa di nuovo in un campo a me fino ad allora sconosciuto. Un’esperienza indimenticabile!».
È stata quella la molla che l’ha spinta poi a prendere sul serio l’idea di recitare?
«Probabilmente sì, anche perché, per la prima volta, ho provato sulla mia pelle cosa significava farlo per davvero».
Ci vuole più talento, più fortuna o più costanza per essere un bravo attore?
«Il mio è un mestiere che richiede un continuo studio di tecniche, di testi e di se stessi, per arrivare a un risultato estremamente semplice ma difficilissimo da raggiungere: la vita. Quando sei sul palco e parli, il pubblico ti deve credere. E per arrivare a questo, non basta la fortuna. E anche il talento se non viene alimentato, presto o tardi, si esaurisce».
Ormai lei vive gran parte dell’anno lontano da Piombino. Le manca?
«Moltissimo. Sono legato a Piombino, alla mia famiglia, al mare».
E agli amici piombinesi?
«Anche. Negli ultimi tempi hanno attraversato l’Italia per venire a vedere i miei spettacoli. Mitici!».
Cosa le manca più di tutto del suo mondo?
«La tranquillità. Piombino funziona un po’da tranquillante per me. Quando torno faccio un bagno a Calamoresca, prendo un caffè con gli amici, pranzo con la famiglia. E i pensieri che mi affollano la testa nel quotidiano, tra un treno e l’altro, un provino a Roma, uno spettacolo a Milano, le prove a Modena, il debutto a Bologna… quando sono a casa sono più calmi».
In una puntata dei “Delitti del bar Lume” ha interpretato Gianni Aloisi, nipote del sindaco di Pineta. Cosa c’è di lei in quel personaggio?
«Spero niente, dal momento che nella storia spaccio e uccido. Ah no, a pensarci bene qualcosa c’è: il dialetto, che rappresenta il piacere di recitare come parlo a casa mia. Aggiungerei un boia deh!».
Quali i programmi immediati di Lorenzo Frediani? Cinema, tv, teatro?
«Per ora sono in scena in Emilia Romagna (Bologna, Modena, Parma) con lo spettacolo “When the rain stop falling”, per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli. Un testo emozionante e complesso: gli amici di Piombino che l’hanno visto ne parlano molto bene! Chiudiamo la tournée a Roma dal 26 febbraio al 3 marzo al teatro Argentina».
Con tutti gli impegni che ha le resta tempo per gli hobby?
«Non molto. Quando sono libero mi trascinano a qualche partita di calcetto tra attori, ma sono davvero scarso!».
Non si è mai pentito di aver scelto la strada della recitazione anche se “uno su mille ce la fa”?
«Assolutamente no! Però ha ragione Gianni Morandi quando canta: “Uno su mille ce la fa, ma quanto è dura la salita!». —
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