Quelle bombe sulla Magona che causarono otto vittime
Esattamente 75 anni fa i bimotori americani sganciarono un centinaio di ordigni colpendo ferrovia e stabilimento, che fu costretto a interrompere la produzione
GiaNpiero vaccaro
Il 18 gennaio 1944, settantacinque anni fa, lo stabilimento Magona in macerie Otto giorni dopo il bombardamento del 10 gennaio 1944, il 320th BG (M) tornò a colpire la città di Piombino con una violenta incursione diurna. Tra le 12, 30 e le 13, 30 del 18 gennaio 1944, in ondate successive, 25 bimotori B26 “Marauder”, decollati dalla Sardegna, sganciarono da 9. 500 piedi (circa 2. 800 metri) numerose bombe di medio e grosso calibro sulla zona industriale, con obiettivo lo scalo di smistamento ferroviario di Portovecchio. In base al rapporto “intelligence bullettin no. 133” del comando del 320th BG (M), compilato al rientro alla base e oggi conservato negli archivi federali di Washington, quel giorno furono sganciate su “Piombino Marschalling Yards” 88 bombe da 1000 libbre, sei da 500 con spoletta ritardata di 6 ore, sei da 500 con spoletta ritardata di 12 ore ed infine 6 da 500 libbre con spoletta ritardata di 24 ore. Un inferno di ferro e di fuoco. La prima ondata di bombardieri colpì lo stabilimento Ilva e il Poggetto, causando gravi danni. La seconda, giunta inaspettata dopo circa mezz’ora, sganciò sullo stabilimento Magona provocando danni gravissimi agli impianti, alle abitazioni adiacenti e alla linea ferroviaria per Campiglia, che fu interrotta. «Mezz’ora dopo (il primo passaggio, ndr) una seconda ondata ci sorprese all’interno dello stabilimento e una bomba caduta a circa 20 metri dalla nostra macchina danneggiò la motopompa 508, mentre schegge sfondavano in più parti il tetto dell’autopompa F14 e ne spezzavano il tubo di aspirazione. Nessun danno agli uomini: fummo in tempo a entrare nel rifugio» scrissero nel loro rapporto i vigili del fuoco Piero Favilla e Ferruccio Pinelli. «Passata l’ondata, usciti dal rifugio dovemmo dirigerci immediatamente allo stabilimento Magona d’Italia fortemente colpito. Crollate erano anche le abitazioni ed i quartieri in prossimità dell’ingresso dello stabilimento. Da un rifugio colpito estraemmo quattro morti e alcuni feriti, che portammo subito all’ospedale con i mezzi a nostra disposizione». Quel giorno persero la vita otto persone. Nel crollo della casa cantoniera di Portovecchio morirono il ferroviere Pietro Bonacina e la figlia sedicenne Caterina. Morirono anche Ada Azzi (41), Pia Bigazzi (51) e la giovanissima Marina Costi (16). Le bombe uccisero l’operaio Amelindo Mazzei e il vigile urbano Alfredo Ferrini. Sotto le macerie perse la vita anche il milite della Dicat Luigi Claudi, corso a prestare soccorso, e due soldati della Wehrmacht. I feriti, alcuni dei quali in gravi condizioni, furono 22. A seguito del bombardamento si sviluppò un violentissimo incendio al magazzino generale della Magona, circoscritto a fatica dopo le 21. Nel pomeriggio giunse in aiuto una squadra dei vigili del fuoco di Cecina e, alle 23 e una squadra da Livorno. L’opera di soccorso, resa rischiosa dal pericolo di nuove esplosioni di bombe con spoletta ritardata, continuò nei giorni successivi, aiutando le famiglie a recuperare oggetti personali e di valore dalle case colpite. Anche la preziosa cassaforte della Magona fu ritrovata. Lo stabilimento era però ridotto ad un ammasso di rottami e si rimise in marcia solo dopo la guerra. La reazione dell’artiglieria contraerei tedesca fu rabbiosa e precisa: sette B26 furono danneggiati, tre in modo grave, ma tutti gli aerei riuscirono a rientrare alla loro base di Decimomannu. —
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