Il Tirreno

a 100 anni dalla grande guerra 

Quei 241 soldati piombinesi che non tornarono a casa

GIANPIERO VACCARO
Quei 241 soldati piombinesi che non tornarono a casa

il primo conflitto mondiale trovò la città in piena espansione seppure tra luci ed ombre Per far marciare le fabbriche entrarono donne e bambini e c’é chi ci perse la vita

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GIANPIERO VACCARO

Duecentoquarantuno. Questo il numero dei piombinesi caduti durante la guerra 1915/1918. Questo il tributo di sangue della nostra comunità.

Un secolo e un’altra guerra terribile hanno scalfito il ricordo di quei giovani, di quei volti e quelle storie. La memoria però sopravvive nelle carte ingiallite, nei piccoli e grandi ricordi conservati nei cassetti delle nostre case. Negli archivi. In qualche fotografia sbiadita.

Quel conflitto trovò la città in piena espansione e dinamismo, seppur tra luci ed ombre. I nuovi impianti industriali inaugurati da meno di un decennio promettevano un futuro di prosperità e lavoro. Nelle borgate operaie, costruite all’ombra delle ciminiere e a due passi dalle portinerie, si erano trasferite centinaia di famiglie. Non pochi erano però i problemi legati alla scarsità di alloggi e all’igiene: problemi che si trascinarono per anni, ben oltre il ventennio fascista.

La guerra cementó in molti casi la solidarietà e la condivisione, nel dolore: Piombino vide nascere innumerevoli iniziative per i militari al fronte e per le famiglie più povere dei soldati, orfani e vedove. Furono ospitati profughi delle zone di confine e delle province invase dopo il disastro di Caporetto.

Le fabbriche, divenute “stabilimenti ausiliari” sottoposti a disciplina militare, per la prima volta aprirono i loro cancelli alle donne e ai ragazzi troppo giovani per il fronte, spesso poco più che bambini. Pagate meno degli uomini, furono spesso vittime di incidenti sul lavoro. Anche loro vittime di una guerra atroce.

Alle pendici del colle del Capezzuolo, sfruttando i ricchi incentivi statali, fu costruito un cantiere navale: le sole due navi che vi furono costruite, Piombino I e II, poterono prendere il mare solo diversi anni dopo la fine della guerra.

Navi da ogni parte del pianeta facevano intanto scalo a Piombino, cariche di materie prime di ogni genere. Per la loro protezione, e per la difesa degli stessi stabilimenti, sorsero lungo il litorale batterie costiere, un idroscalo e un cantiere aeronautico.

Per la prima volta il cielo di Piombino fu solcato da traballanti e insicuri idrovolanti FBA (Fate Bene Attenzione, secondo i loro equipaggi) e da dirigibili impegnati nella quotidiana lotta contro i sommergibili nemici. E proprio da un sommergibile tedesco nel 1917 piovvero sulla città, in una gelida notte di dicembre, le uniche cannonate, otto, di tutta la guerra.

Nelle campagne, da poco bonificate, la mancanza di braccia fu ancora più sentita, tanto che si dovettero utilizzare nelle tenute di Baratti e Vignale e nei poderi sparsi persino prigionieri di guerra austriaci, ungheresi e tedeschi: due di essi, morti di malattia e dimenticati dopo la guerra, riposano ancora nel nostro cimitero.

Forse sarebbe stato necessario dare più importanza a questo centenario. Andare oltre e investigare più a fondo in un dramma collettivo che ha toccato così intimamente la nostra comunità. Cercare di scrollarsi di dosso la retorica del primo dopoguerra e affrontare i tanti spunti che quel periodo ci propone. C’erano tre anni per farlo. Non è stato fatto e di questo prendiamo atto: forse è stata una occasione sprecata per la città. Duecentoquarantuno. Oggi, 4 novembre 2018, ricordiamo i nostri duecentoquarantuno concittadini, per lo più giovanissimi, che non tornarono. –



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