Trenta studenti indagano sulle tracce degli schiavi
A guidare le ricerche dell’Università di Siena (settima edizione) Franco Cambi Tra gli obiettivi immagini col drone per stabilire la superficie della tenuta agricola
PORTOFERRAIO
Per tre giorni la ruspa ha lavorato nel podere di Paolo Gasparri, sul sito archeologico che ha riportato alla luce i resti di una villa rustica romana. Da oggi gli universitari di Siena apriranno ufficialmente lo scavo per riprendere i lavori laddove erano stati interrotti nell’autunno scorso.
Li conduce, come è solito, Franco Cambi, l’ideatore e il sostenitore di questa campagna di scavi a ridosso del golfo di Portoferraio che quest’anno è giunta alla settima edizione e che negli anni ha offerto preziose indicazioni su chi abitò questa piana tra il I secolo a. C. e quello d. C. Nel frattempo è cresciuta l’attenzione del mondo scientifico nazionale e internazionale sui lavori che annualmente stanno realizzando i ragazzi in questo campus di studio.
Innanzitutto quest’anno la campagna durerà sei settimane. Apertasi lunedì 17 settembre, si concluderà venerdì 26 ottobre. Merito di una serie di conferenze che sono state tenute sia da Franco Cambi, sia da Laura Pagliantini, direttrice degli scavi di San Giovanni. Quest’ultima, insieme con Giorgia Di Paola ha partecipato, fra gli altri simposi svoltisi in diversi atenei italiani, al “24th Annual Meeting of the European Association of Archaeologists”, a Barcellona.
Si parte con trenta studenti italiani che ritorneranno a cercare fra i resti della villa rustica e indagheranno anche in direzione ovest, sempre nel podere di Paolo Gasparri. Arrivate le prime informazioni relative allo scheletro rinvenuto nei pressi della domus rustica.
«Le analisi che sono state condotte dall’università di Siena – ha spiegato Laura Pagliantini – ci dicono che l’individuo era un ventenne a cui mancavano alcuni denti. Non è stato ancora possibile stabilire il sesso, visto che il cranio non è stato repertato e non si è rinvenuto neppure il bacino. Continueranno le analisi sulle ossa per vedere se riusciamo a stabilire il tipo di alimentazione praticata in quest’epoca e sulla maggiore isola della Toscana. Quest’anno puntiamo di effettuare alcune foto dall’alto con il drone per stabilire esattamente la superficie che era occupata dalla tenuta agricola romana». Insomma attira l’attenzione il bollo che recita “Hermia servo fece”. Venduto come schiavo nella piazza del mercato di un villaggio sulle coste dell’antica Grecia o delle sue colonie e da lì spedito oltre il profilo di Esperia, dove il sole va a morire, su di un’isola “nera e fumosa”, Hermia ha stampato il suo nome su alcune parti dei dolia che sono stati rinvenuti nella cantina della tenuta. Si sarà salvato Hermia dalla distruzione della villa dei suoi padroni romani, quella villa che lui aveva tirato su con le sue mani insieme a tanti altri servi come lui? «Non lo sapremo mai – scrive il ricercatore accademico Pierpaolo Quagliotti – Sappiamo però che quest’uomo non aveva affatto dimenticato la sua vecchia patria. Dopo l’incendio alcune persone si intrufolarono sotto le macerie della villa. Ma queste rovinarono su uno dei cercatori, che fu estratto per essere seppellito lì, dove il corto filo della sua vita era stato tagliato». –
LUIGI CIGNONI
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