Il Tirreno

L’amica di bimbi e anziani che cercano un sorriso

di M. ANTONIETTA SCHIAVINA
L’amica di bimbi e anziani che cercano un sorriso

Annalisa Morganti segue bambini in difficoltà a scrivere e a mantenere l’attenzione ma anche anziani di cui si occupa con la pet therapy e lavorando sulla memoria  

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Da bambina, ma anche negli anni dell’adolescenza, è stata una brava studentessa e, dopo essersi diplomata dirigente di comunità, ha avuto subito le idee chiare sul percorso universitario, indirizzata nella scelta dagli insegnanti di psicologia e pedagogia che si erano accorti delle sue potenzialità.

Annalisa Morganti, piombinese, classe 1978, padre impiegato dell’ex Lucchini, madre casalinga, un fratello maggiore di lei di due anni che abita a Grosseto e lavora come operaio sempre all’ex Lucchini ed è in cassa integrazione ormai da diversi anni, è pedagogista e formatrice, con specializzazione in psicopatologia degli apprendimenti. Segue bambini che per vari motivi hanno difficoltà a scrivere, a leggere, a fare i calcoli e a mantenere l’attenzione; ma anche anziani di cui si occupa con l’aiuto della pet therapy, lavorando sulla memoria e il mantenimento degli aspetti cognitivi.

«Sono sempre stata attratta dalle professioni di aiuto racconta – forse perché circondata da una famiglia molto sensibile e attenta alle problematiche altrui. Ho avuto, oltre a dei genitori che mi hanno insegnato i valori importanti della vita, anche degli zii che mi hanno a loro modo influenzato fin dall’infanzia: la zia, insegnante, una volta andata in pensione, si è dedicata al volontariato e ha collaborato allo sportello di ascolto dei Dsa (Disturbi specifici di apprendimento) all’interno della sua scuola, mentre lo zio, veterinario, mi ha inculcato col suo esempio l’amore per gli animali».

Tutti insegnamenti che le sono serviti a scegliere la sua strada...

«E soprattutto mi hanno abituato a guardare con occhio attento chi è più sfortunato di me. Nella mia classe, quando frequentavo le medie inferiori, c’era una ragazza che aveva una lieve disabilità intellettiva e una storia triste, perché invece che in famiglia viveva nell’Istituto Padre Giustino Senni, che ospitava bambini abbandonati o con situazioni tragiche alle spalle. Invece di isolarla, insieme alle altre mie compagne, l’abbiamo aiutata sia per lo studio che per la socializzazione, invitandola spesso a casa, specialmente nei fine settimana quando la scuola era chiusa, e offrendole tutto quel calore umano che la vita le aveva negato. Vivere accanto a lei per me è stata un’esperienza “forte” da un lato, perché toccavo con mano una storia di abbandono e vedevo ogni giorno la tristezza nei suoi occhi, ma è stato anche motivo di crescita personale: una vera e propria lezione di vita».

Una lezione che l’ha portata poi a occuparsi di bambini in difficoltà di apprendimento. Come ci si rapporta con questi bambini?

«Prima di tutto con il sorriso. Bisogna creare un clima di fiducia in cui loro si sentano accolti e non giudicati per le loro difficoltà. Le emozioni accompagnano ogni istante dell’apprendimento e chi apprenderà con ansia, ne avrà ricordo ogni qual volta andrà a rivedere ciò che ha imparato. Bisogna insegnare ai bambini a non aver paura degli errori che possono commettere, nella lettura, nella scrittura, nel fare i conti... Nel mio lavoro cerco di trasmettere la serenità nel riconoscere, individuare e correggere l’errore, perché rendendolo nostro alleato impariamo. Tutto deve essere trasmesso con la massima serenità proprio per non innescare quel meccanismo in cui il bambino prova ansia, si sente inadeguato e ha paura di sbagliare».

Perché un bambino fa fatica più di un altro a scrivere e a leggere?

«Le cause possono essere biologiche e ambientali. Ci sono bambini che presentano disabilità intellettive dovute a cause biologiche, genetiche e non, o disabilità dovute a fattori ambientali, gravi carenze a livello educativo e/o socio culturale, che possono sopraggiungere in chi non è stato esposto agli stimoli adeguati durante l’infanzia, soprattutto nei primi anni di vita, casi questi per fortuna oggi in netta diminuzione».

È importante una diagnosi precoce?

«Importantissima. Non già per “etichettare” l’individuo, ma per tutelarlo e far sì che il suo percorso scolastico sia più accessibile e inclusivo. Senza contare che intervenendo presto si riducono le difficoltà».

Che ruolo deve avere secondo lei la scuola?

«Un ruolo primario. Difficoltà e/o sospetto disturbo di apprendimento (i cosiddetti segnali di rischio) devono essere individuati e segnalati fin dalla scuola dell’infanzia, il luogo in cui si accompagna il bambino verso la scolarizzazione. Questo va fatto soprattutto durante l’ultimo anno, per aiutare a ridurre le difficoltà: nella scuola dell’infanzia, per esempio, per capire che qualcosa non va è importante osservare soprattutto il linguaggio».

L’uso delle tecnologie secondo lei aiuta o ostacola l’apprendimento in chi fa più fatica?

«Bisogna partire dal presupposto che ogni bambino è unico e ha il suo profilo funzionale che lo caratterizza. In linea generale pc e tablet con adeguati software aiutano lo studente, ma non è detto che per tutti sia così. In caso di disturbo specifico di apprendimento si può dotare l’alunno di uno strumento tecnologico fra i più avanzati, ma se non si è consolidato un buon metodo di studio con le strategie più adatte a lui, si rischia di non avere il risultato migliore».

Fra i bambini che ha seguito ce n’è uno che le è rimasto particolarmente nel cuore?

«Sì. Una bambina adottata che aveva traumi e vissuti molto importanti per i suoi sette anni. Il classico caso di disabilità intellettiva lieve, causata da una non esposizione nei primi anni di vita a un ambiente socio culturale ed educativo adeguato, tanto che in lei le difficoltà di apprendimento erano l’ultimo dei problemi. Dopo l’allontanamento dalla famiglia di origine, un adeguato supporto psicologico e l’inserimento in una nuova scuola hanno iniziato a lavorare con me e aveva un sorriso coinvolgente, una tenerezza unica, disarmante quando mi chiedeva di aiutarla a star meglio e a essere uguale ai suoi compagni».

Fra gli anziani che ha avuto in cura invece chi l’ha colpita di più?

«Tutti, ma in particolare una signora con cui sto lavorando adesso in un centro diurno. Prima dell’inizio del progetto, non aveva mai comunicato con gli operatori e da poco invece ha evocato dei ricordi mai esternati: nessuno per esempio sapeva che avesse un cane e a me ha addirittura portato delle foto per farmelo vedere!».

Cosa fa nel tempo libero?

«Mi dedico alla mia famiglia, frequento gli amici. Poi faccio lunghe passeggiate col mio cane, alla scoperta di posti nuovi nella natura».

Ha degli amici d’infanzia che vede ancora?

«Pochi. Le nostre strade sono cambiate e io spesso sono via da Piombino, perciò ci siamo persi un po’ di vista. In compenso sono nate nuove amicizie, sicuramente, altrettanto importanti».

Che cosa è per lei l’amicizia?

«Una parola impegnativa, un sentimento riservato a poche persone. Amicizia significa essere presente, condividere momenti di gioia e tristezza. È lealtà, è complicità e senza dubbio una grande fortuna che non tutti riescono ad avere».

Veniamo alla sua città, Piombino. Cosa le piace e cosa non ama?

«Mi piace il mare della nostra costa che adoro e non amo in alcuni casi la mentalità. Non vedo la predisposizione al cambiamento e al miglioramento e mi dispiace, anche se, lavorando in tutta la Val di Cornia e a Livorno, in realtà Piombino la vivo pochissimo».



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