Il presidio
«Bene il piano, ma servono tempi più corti»
I sindacati giudicano positivamente il progetto di Jindal illustrato al Mise, che prevede investimenti per oltre 1 miliardo
PIOMBINO. Nel salone degli Arazzi al Mise si è svolto ieri il primo incontro ufficiale tra le istituzioni, i sindacati e la Jsw, nuova proprietaria degli stabilimenti ex Lucchini, per la presentazione del piano industriale.
Un piano di cui ieri Il Tirreno aveva anticipato i contenuti, diviso in due fasi. Quest’anno dunque (riassunti tutti i 2000 dipendenti) è fissata la ripartenza dei tre laminatoi con un investimento di 20 milioni e l’impiego di 435 lavoratori.
Poi nel 2019 il via alle demolizioni, lo studio di fattibilità della nuova acciaieria elettrica e l’impiego di 635 dipendenti, che diventeranno 705 nel 2020, quando partiranno investimenti compresi tra 850 milioni e un miliardo e 50 milioni per realizzare in due anni due forni elettrici da alimentare col preridotto per produrre coils, oltre a un laminatoio dedicato.
Possibile un terzo forno, stavolta per i “lunghi”, una volta valutate l’efficienza e la convenienza dell’importazione di billette e blumi dall’India. Alla fine rientreranno tra i 650 e gli 800 lavoratori, che diventeranno in totale 1350-1500. L’obiettivo finale è la produzione di tre milioni di tonnellate annue.
Così ieri al tavolo del Mise con i rappresentanti del ministero, le organizzazioni sindacali, il sindaco Massimo Giuliani, il presidente della Regione, Enrico Rossi e il consigliere regionale Gianni Anselmi, l’Autorità portuale col presidente Stefano Corsini, il commissario Piero Nardi, c’erano per Jsw il consulente del presidente Sajjan Jindal, Vivendar Bubbar, l’assistente alla direzione generale per la finanza strategica, Divyakumar Bhair, il general manager per il marketing internazionale, Narender Sharma, il consulente italiano di Jindal, Fausto Azzi, ex ad di Aferpi.
Al termine sono arrivati giudizi tendenzialmente positivi, ma generale è stata la richiesta di accorciare i tempi per il piano di fattibilità, anticipando dunque la realizzazione dei due forni elettrici, e di lavorare per adeguati strumenti di protezione.
Per il coordinatore nazionale Fiom per la siderurgia, Mirco Rota, ci «sono tutte le premesse perché Piombino possa tornare a colare acciaio. Questo è il segnale più importante su cui, però, bisogna lavorare per risolvere gli aspetti occupazionali e quelli legati agli ammortizzatori sociali: noi vogliamo una risposta per tutti i lavoratori mentre teoricamente una parte, seppure piccola, rischia l’esubero».
Il segretario provinciale della Fim, Fausto Fagioli, giudica i tempi «molto lunghi e su questo dobbiamo aprire un confronto serrato con l’azienda in modo da ridurli, dobbiamo gestire ammortizzatori sociali per 4-5 anni». Quanto al pericolo di esuberi, Fagioli ha fatto presentente come comunque «ci saranno circa 60 pensionamenti l’anno. Di certo – ha assicurato – non permetteremo all’azienda di licenziare nessuno».
«Condividiamo le linee guida del piano di Jindal» ha detto il coordinatore per la siderurgia della Uilm, Guglielmo Gambardella. D’altra parte, ha spiegato il sindacalista, «l’obiettivo finale è la ripresa dell’acciaio colato a Piombino, dopo una prima fase del riavvio dei tre treni di laminazione».
Quanto agli investimenti, ha aggiunto Gambardella, «siamo rimasti con 19 milioni che vanno bene all’inizio ma non sono certo sufficienti per portare a compimento tutto il progetto, che necessiterebbe di circa un miliardo se si fanno tre forni e un nuovo treno di laminati».
«La salvaguardia di tutti i livelli occupazionali, diretti e dell’indotto, Piombino e ripresa produttiva effettuata con impianti ambientalmente compatibili», sono infine le richieste avanzate dall’Ugl. In una nota congiunta, il segretario nazionale dell’Uglm Daniele Francescangeli, il segretario provinciale dell’Uglm, Sabrina Nigro, e Claudio Lucchesi, rsu dello stabilimento, affermano che «un altro punto fondamentale è che tutti i lavoratori, sia quelli diretti che quelli dell’indotto, possano accedere agli ammortizzatori sociali».
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