Il Tirreno

«Col piano di Jindal ci sono le premesse per poter ripartire»

di Cristiano Lozito
«Col piano di Jindal ci sono le premesse per poter ripartire»

Il giudizio del professor Mapelli, docente al Politecnico di Milano I tempi per tornare a produrre potrebbero essere più brevi

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PIOMBINO. «Il piano industriale di Jindal è corretto e plausibile. Insomma, le premesse per far bene ci sono. Poi naturalmente le valutazioni andranno fatte nel tempo».

Il giudizio è del professor Carlo Mapelli, docente di metallurgia al Politecnico di Milano e presidente dell’Associazione italiana di metallurgia, profondo conoscitore della realtà siderurgica piombinese.

Mapelli conosce il progetto di Jindal per aver ricevuto dal gruppo indiano la richiesta di un parere per l’asseverazione del piano. Ovviamente non ne rivela i dettagli ma è in grado di spiegarne i tratti fondamentali e la logica, riflettendo sulle parti generali e più qualificanti, ormai da tempo conosciute.

Che significa, professore, che il piano è ”plausibile”?

«Che si tratta di un piano molto più realistico di quello di Cevital – risponde Mapelli – perché questo è il frutto dello studio di un siderurgico. Jindal ha le idee molto chiare e il piano poggia su un’organizzazione ingegneristica più fattibile di quella precedente».

Perché nell’annuncio ufficiale dell’acquisizione, la società indiana non fa cenno ai progetti per i prodotti piani, che secondo le attese in futuro rappresenteranno circa due terzi della produzione?

«Questo accade perché Jindal ha l’urgenza – spiega Mapelli – di far ripartire al più presto i laminatoi per rientrare nel mercato. Poi s’impegnerà a realizzare le condizioni per realizzare il progetto del forno elettrico per i “lunghi”, quindi a quel punto intraprenderà gli investimenti necessari alla produzione dei “piani”».

I tempi previsti comunque sembrano molto lunghi. Si parla di 4 anni per tornare a produrre acciaio...

«Beh, non è proprio così. Si tratta di stime giustamente prudenti. In realtà i tempi dipenderanno molto dall’ottenimento delle autorizzazioni, e da quanto ci vorrà per “ripulire” quelle aree e bonificarle. Poi per installare un forno elettrico da circa un milione di tonnellate servono non più di 18 mesi, perché le modalità di costruzione dell’impianto sono molto rapide».

Perché Jsw ha rinunciato al progetto dell’altoforno?

«L’afo era completamente depauperato da tutte le sue componenti. In pratica era rimasto una carcassa. Ed evidentemente dovendo fare un grosso investimento ha preferito convogliarlo in un progetto tutto nuovo».

Jsw ha spiegato che per alimentare il forno elettrico userà il preridotto. Cosa comporta dal punto di vista ambientale? «Non ci saranno problemi, perché il preridotto non è polveroso. E ci sarà anche un beneficio sul prodotto, importante vista la qualità tradizionale dell’acciaio di Piombino, perché usando meno rottame si ottiene un acciaio più “pulito”».

Sul porto serviranno spazi maggiori rispetto al passato?

«Probabile, perché con la massiccia importazione dall’India di blumi e billette aumenteranno i volumi sia in entrata che in uscita col prodotto finito. Inoltre con i forni elettrici i tassi produttivi sono più “stretti”, cioè si produce la stessa quantità in meno tempo, quindi più materiale resta a terra. E così è ovvio che la logistica sarà molto importante».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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