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Martina, forza e amore per proteggere mamma
A tredici anni ha vissuto il trauma della malattia della madre Sandra, malata di Sla «Mi crollò il mondo addosso, non ti rassegni alla sofferenza di chi ami di più al mondo»
Per molto tempo si è sentita tradita da quella malattia di cui rifiutava persino il nome ed è fuggita con rabbia dall’ennesimo dolore: il babbo se ne era andato da casa quando lei era piccolissima, subito dopo era morto – stroncato da una leucemia – il nonno materno. Non ce l’avrebbe fatta a sopportare un altro dolore. Così quando Martina Mongelli, a tredici anni, ha saputo che la mamma, il suo punto di riferimento più importante, era stata colpita dalla Sla si è rinchiusa nel suo mondo portandosi dietro la sua collera disperata.
Martina adesso ha diciotto anni, è una bellissima ragazza, studia all’Istituto alberghiero, anche se – confessa – avrebbe voluto diventare avvocato o giornalista o psicologa, ha un ragazzo che ama e da cui è riamata e tanti progetti per il futuro. Ma soprattutto si è riconciliata con la vita, ha riallacciato i rapporti con il padre e ha accettato il fatto di avere una madre malata. Una madre che lei ora cerca con forza di proteggere, proprio come si fa con un bene prezioso. E che oggi, in occasione della Festa della mamma, racconta al Tirreno.
«Quando mia madre ha iniziato a star male mi è crollato il mondo addosso», dice sgranando i suoi occhioni scuri. «Il mio punto di riferimento più solido stava diventando fragile, per una malattia che non avevo mai sentito nominare e che le avrebbe impedito di camminare, di parlare, di essere la mia mamma di sempre. Non volevo crederci, me la prendevo con l’universo, perché se una bambina di sei anni non può accettare che il padre se ne vada e che poco dopo muoia il suo adorato nonno, anche una ragazzina di tredici “ferita nell’anima” non si rassegna alla sofferenza della persona che ama di più al mondo. E io avevo solo tredici anni quando la Sla è comparsa all’improvviso nella vita di mamma».
Come hai reagito?
«Ribellandomi e scappando di casa, con disperazione di nonna ma soprattutto di mia madre che si sentiva quasi in colpa del dolore che suo malgrado mi stava provocando».
Fu allora che lei decise di mandarti a Piombino dalla sorella?
«Sì. Voleva che io non la vedessi soffrire e sapeva che la zia, che aveva già due figli– Viola che adesso ha dieci anni e Leonardo che ne ha nove – avrebbe potuto accudirmi nel migliore dei modi».
Non ti mancava mamma?
«Certo che mi mancava e io mancavo a lei. Ma almeno non vedevo i suoi patimenti. E mamma aveva deciso di rinunciare a me perché vivessi in un ambiente più sereno, meno a contatto con il dolore».
Se ritorni indietro nel tempo qual è il primo ricordo di te bambina con tua madre?
«Purtroppo quello del giorno in cui se ne è andato babbo. La vedevo piangere e anche se lei cercava di tranquillizzarmi, capivo che era successo qualcosa di grave».
Come sono adesso i rapporti con babbo?
«Buoni. Dopo averlo rifiutato per anni ho deciso di mettere da parte la mia rabbia e di incontrarlo. Non perché ne abbia bisogno – la mamma mi ha fatto da madre e padre, come del resto lo hanno fatto nonna e zia – ma perché ho realizzato che lui è mio padre a prescindere».
Sei riuscita anche a superare il rifiuto della malattia di mamma?
«Sì, ma faccio ancora di tutto per nascondere a me stessa la verità. È un fatto mentale, quando la guardo non la vedo immobile e incapace di parlarmi. Cerco di convincermi che ha solo un disturbo temporaneo e mi aggrappo a questa speranza. So che lei è lì, che è la mia mamma, una mamma diversa e speciale, una grande donna che lotta come una leonessa e mi dà tanta forza».
Prima che la Sla le impedisse di muoversi e parlare eravate molto unite?
«Eravamo migliori amiche, facevamo tutto insieme. Quando lei lavorava stavo con nonna, ma nei momenti liberi eravamo inseparabili. Io non ho mai avuto un carattere facile, ma mamma ha sempre creduto in me e quando in terza media mi bocciarono se la prese con i professori. Mi diceva: “Non devi smettere di credere in te stessa, sono loro che non vedono quello che hai dentro”. E aveva ragione. Crescendo mi sono resa conto che malgrado la mia poca voglia di studiare ho un sacco di potenzialità».
Nel tuo profilo facebook hai scritto: “La mia fragilità cerco di trasformarla in forza”. Ci sei riuscita?
«Ci sto provando. Ho lavorato molto, prima di tutto sul mio carattere: sono permalosa, voglio far valere i miei diritti, dico sempre la mia anche se poi rifletto e, se capisco di aver sbagliato, non mi vergogno a chiedere scusa. Sono sincera e per la mia sincerità a volte pago: mi è capitato nelle amicizie e a scuola».
Come ti trovi con gli insegnanti?
«Abbastanza bene, però c’è qualche professore che non capisce il mio carattere. Io sarei così anche senza la mamma malata e non voglio crearmi un alibi, ma se una volta non posso studiare perché devo occuparmi di lei– che quando nonna deve assentarsi e non c’è la badante non può restare sola-, non voglio essere considerata una fannullona. Una volta a una prof che continuava a darmi brutti voti senza capire che la mia situazione non era delle più facili, ho detto: “Vorrei che lei stesse una settimana da mamma e provasse quello che sto provando io ogni giorno”».
Ti sei mai domandata perché tutto questo è capitato a te?
«Tante volte. Quando ho saputo che mamma aveva una malattia grave mi sono chiesta prima di tutto perché lei avrebbe dovuto soffrire così e perché la Sla mi stava privando della possibilità di godere della persona più importante della mia vita. Poi però, dopo la disperazione e la rabbia, ho cercato di reagire e trasformare il dolore in amore, come dico sempre a nonna che quella rabbia ce l’ha ancora dentro, perché non accetta la sofferenza di sua figlia».
Una figlia che, a detta di chi la conosce bene, cerca di far pesare pochissimo il suo dramma.
«Si, mamma è davvero una persona unica, generosa e altruista. Conosco tante mamme che dopo una separazione riversano sui figli il loro disagio. Lei, al contrario, mi ha tenuto fuori da tutto cercando di sorridere quando aveva solo voglia di piangere. E anche ora che sta male, che non può muoversi e che può comunicare solo con gli occhi, raramente la vedo piangere e lei raramente vede me».
Nonostante la Sla la costringa a vivere immobile da cinque anni e a interagire con il mondo solo con l’aiuto di un computer, ha tanti amici che vengono a trovarla.
«Per fortuna sì, anche se alcuni, dopo che mamma è stata male, si sono letteralmente dileguati.
Forse hanno timore di vederla soffrire.
«Può darsi, ma se vuoi bene a una persona non la lasci sola quando è in difficoltà. Fai uno sforzo e vai da lei, per dimostrarle se non altro che non l’hai dimenticata. In caso contrario significa che non te me importa niente. E che la tua non era vera amicizia».
Cosa ti manca di più di mamma da quando ha la Sla?
«Il fatto che, contrariamente alle mie coetanee, io non posso andare con lei a fare shopping o a mangiare una pizza; o che mia madre non possa partecipare alle mie feste di compleanno, o ballare con me come ha fatto la mamma della mia amica Letizia alla sua festa dei diciotto anni. E mi dà dolore anche sapere che lei non può parlare con il mio ragazzo, perché sono sicura che si sarebbero intesi molto bene e che lui avrebbe amato lei anche più di me».
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