Il presidio
Al Cotone-Poggetto non è sparito solo lo spolverino
L’ex borgata operaia in questi ultimi anni ha cambiato volto, diventando un luogo multietnico dove manca un po’ di tutto
PIOMBINO. Un tempo il ritmo del cuore industriale della città si imponeva sui suoni della natura. Era fastidioso, ma a lungo andare subentrava l’abitudine e diventava un rumore di sottofondo, al pari di tutti gli altri. C’era anche il vento del mare che, toccando i muri delle case e accarezzando i vestiti appesi alle finestre, posava sui cornicioni una scia nera, la quale si insinuava fin dentro i polmoni. Il Cotone, a Piombino, era il quartiere operaio.
All’interno dell’edificio che sorge nel piazzale principale, oggi giallognolo e scalfito dal passare del tempo, vivevano gli operai, per i quali la fabbrica significava pane e sussistenza, anche se lo spolverino e il frastuono degli impianti si insinuavano fin dentro le ossa, togliendo, qualche volta, il sonno e la salute.
Oggi il Cotone è un quartiere molto diverso. Dalla collinetta artificiale, creata per allontanare l’industria dallo sguardo immediato dei residenti, ciò che si sente è il silenzio. Il cuore siderurgico di Piombino è sopito. Nessun singulto, nessuno sbuffo, nessuna nuvola bianca, né polvere nera in cielo. Per qualcuno tutto ciò significa morte: del lavoro, dell’economia e della dignità. Per qualcun altro, invece, è un modo per tornare a respirare.
Cotone e Poggetto non sono più quartieri operai. Sono realtà diverse, multietniche, mutate con il tempo. Il palazzone all’epoca costruito dall’azienda per i lavoratori ospita numerose famiglie di immigrati in affitto. Convivenza e integrazione non sono sempre facili, ma ci sono iniziative che mirano a favorirle.
Il Poggetto, d’altra parte, è una zona residenziale, fatta di case più o meno grandi, che si compone in un mosaico di vita differenziato. Molti di coloro che lavorano o abitano in questi quartieri hanno la sensazione di vivere in un paese diverso rispetto al resto di Piombino. Lamentano la scarsità di iniziative e un’attenzione, quella rivolta al quartiere, che spesso appare insufficiente. Rilevano, d’altra parte, l’assenza di attività commerciali e ricreative. In zona esistono unicamente il circolo Arci, una panetteria, un tabacchino, un parrucchiere e un negozio di frutta e verdura. Secondo gli abitanti, insomma, il quartiere dovrebbe tornare a essere più vivo e più curato.
Il Cotone-Poggetto è la prima tappa di un viaggio che porterà Il Tirreno attraverso le strade e le piazze della città, per capire qual è l’identità dei nostri quartieri e per comprendere che cosa i cittadini vorrebbero e che cosa, d’altra parte, percepiscono come mancanza.
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LO SPOPOLAMENTO. «Purtroppo qui c’è poca gente – dice Carla Bernardini, che gestisce da 30 anni la panetteria della zona – Penso che potrebbero essere organizzate delle iniziative per portare un po’ di vitalità nel quartiere e attirare persone, per esempio un mercato. D’estate, d’altra parte, qualcuno in più si vede. Alcuni turisti infatti hanno comprato casa al Poggetto. Gli appartamenti in questa zona costano meno e senza la fabbrica c’è chi ha deciso di investire qui per le vacanze».
«Al Cotone un tempo c’erano tanti negozi», aggiunge Ettore Puccini, consigliere del locale circolo Arci, che mostra una vecchia cartina del quartiere appesa al muro. «C’erano latterie, alimentari, una farmacia, mercerie, falegnami, bar, tabacchini, barbieri. Adesso questi negozi non ci sono più, anche perché c’è stato uno spopolamento, i vecchi operai si sono spostati ai Diaccioni e quelli nuovi vivono in centro. È dura aprire un’attività dove non c’è gente».
Oggi chi vive al Cotone o al Poggetto non può contare, insomma, su una fitta rete di attività commerciali. E se c’è chi, come Piero Tongiorgi, ritiene che sia «un posto tranquillo, in cui non si vive male, nonostante manchi il lavoro», c’è anche chi percepisce la zona come un luogo lasciato a se stesso o marginalizzato.
STATO D’ABBANDONO. «Nessuno investe qui. E’ una zona abbandonata – dice Barbara Camassi, che gestisce la tabaccheria – Le strade sono sporche e quando segnaliamo la presenza di una buca sul manto non interviene nessuno per chissà quanto tempo. Molti fondi poi sono chiusi. Le persone non frequentano il Cotone e il Poggetto. Questo, purtroppo, è un posto dimenticato. È diventato quasi un ghetto. Secondo me servirebbero degli incentivi per chi vuole aprire un’attività nella zona. Manca una pizzeria e manca una farmacia, che, fino a poco tempo fa, c’era».
UN PAESE A SE' STANTE. Ecco dunque la percezione che hanno alcuni di coloro che vivono o lavorano nel quartiere. Tuttavia, c’è anche la consapevolezza che alcune azioni migliorative, nel tempo, sono state intraprese.
«E’ stata modificata la piazza ed è stata cambiata la viabilità – dice Puccini - Il Tavolo di quartiere, del quale faccio parte, porta inoltre avanti alcune attività legate all’integrazione, come i doposcuola per bambini stranieri, e organizza una serie di manifestazioni ludiche e sportive per i ragazzi. Stiamo provando, insomma, a fare qualcosa per il quartiere, ma non è sempre facile».
SPOLVERINO E PANE. La storia locale e nazionale ha portato, nel modo di vivere cittadino, dei cambiamenti che si sono riflessi prepotentemente anche sul Cotone e sul Poggetto, ex quartieri operai diventati zone periferiche multietniche in cerca di un’identità e di una via di sviluppo. Ma la siderurgia e la contrapposizione lavoro-salute sono tematiche che rimangono nelle anime e nei discorsi di molti. Al “circolino” del Cotone, ad esempio, c’è Adalberto Montagnani, ex operaio ed ex Pci. «Io vivevo di fronte all’acciaieria e le macchine facevano un rumore infernale. Lo spolverino poi copriva tutto. Da questo punto di vista la situazione è migliorata, ma d’altra parte dispiace che non ci sia più lavoro».
«Mio figlio, operaio, è in contratto di solidarietà da anni – aggiunge Sergio Cristiani – forse era meglio lo spolverino, per lo meno dava da mangiare».
È quasi mezzogiorno e il sole illumina le case e la grande aiuola artificiale, toccando il vecchio disegno murale, ormai in parte sbiadito, e gli impianti siderurgici, dove un tempo si colava acciaio. La luce inonda un quartiere dove il passato fa capolino da ogni vicolo e dove il futuro è tanto incerto quanto sperato.
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