Il ritorno del classico «Ma il rimpianto resta il Carducci»
Soddisfazione per il ritorno anche se in una scuola privata «Quelli sono stati anni difficili ma formativi per tutti noi»
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PIOMBINO. Il termine “utile” ha tanti significati. Nel pensiero comune è connesso con tutto ciò che può fornire un vantaggio, immediatamente percepibile, all’interno del sistema economico, politico e culturale in cui viviamo. Viceversa, la cultura umanistica è spesso relegata al limite di tale sistema.
Ci si può chiedere se sia utile studiare latino, greco e filosofia o se non sia meglio indirizzarsi su materie scientifiche. Oppure ci si può domandare il perché di un’iscrizione al liceo classico, quando ci sono istituti tecnici o licei scientifici che possono garantire una conoscenza specialistica maggiormente spendibile nella vita.
Il dibattito è di vecchia data, ma da qualche anno, a Piombino, la quarta ginnasio del liceo classico non si forma, per carenza di iscritti, nonostante quest’anno ci sia, probabilmente, una possibilità al Leon Battista Alberti, scuola paritaria in cui bastano cinque adesioni per creare una classe.
Ma cosa pensano del liceo classico i suoi vecchi studenti? Che ricordo hanno del Carducci di Piombino e qual è il bagaglio che la scuola ha permesso loro di costruirsi? «Sono studi che forniscono un’apertura mentale importante. Mi hanno insegnato ad affrontare una situazione considerando più punti di vista e valutandoli in maniera disinteressata. Questi sono elementi che uso quotidianamente, anche nel mio lavoro di adesso». Giovanni Carpino è il direttore degli stabilimenti piombinesi di Arcelor Mittal, ha studiato al liceo classico e, successivamente, ha affrontato la facoltà di Ingegneria. «I primi tempi sono stati difficili – dice -, perché mi mancavano alcune basi, ma per fortuna ero abituato a studiare e avevo una certa elasticità mentale». Del Carducci degli anni 80 Carpino ha un ricordo positivo. «Mi è rimasto in mente soprattutto l’entusiasmo degli insegnanti, come quello del professor Mascia e della professoressa Olivetti». Sulla preparazione degli insegnanti concorda anche Carlo Torlai, il quale attualmente ricopre posizioni di vertice alla Compagnia Portuali e alla Tuscany Terminal srl. «I docenti – dichiara – erano coinvolgenti e molto preparati. Io ho frequentato il classico dal 1971 al 1976 e ho dei ricordi molto belli, forse anche perché sono legati al periodo della gioventù, ma era comunque una scuola d’eccellenza. Perciò mi dispiace che, ad un certo punto, non si siano più formate classi».
Sulla possibilità della creazione di un ciclo di studi al Leon Battista Alberti, Luca Rossi, ex classicista e attualmente dedito al lavoro di addetto stampa, ritiene che «sarebbe meglio che il classico fosse pubblico, perché tendo a pensare che la scuola debba rimanere tale».
Carpino, Torlai e Luca Rossi appartengono alla generazione di coloro che hanno frequentato il liceo classico negli anni ’70 o ’80. Poi c’è anche chi, come Mattia Rossi, proviene da una delle ultime classi, dopo le quali il classico Carducci, a Piombino, ha cessato di esistere. «Lì per lì – dice - è stata un’esperienza terribile, ma poi ho capito che mi ha fatto bene. Mi ha insegnato il senso del dovere e l’umiltà. Era inoltre una scuola molto impegnativa dalla quale ho imparato a non arrendermi mai e a saper far tesoro degli errori. Molte nozioni non le ricordo più, ma la forma mentale maturata durante gli anni del liceo è rimasta scolpita in me fino a ora. E’ un peccato che il classico non sia più a Piombino, sarei comunque contento se si formasse una classe nel privato, anche perché mi sembra che la scuola pubblica abbia puntato su altri indirizzi. D’altra parte, negli anni delle superiori avevo l’impressione che il Carducci di Piombino, all’esterno, avesse una cattiva nomea. Spaventava perché si diceva che fosse molto difficile e che parecchia gente mollasse».
Mattia Rossi ha poi deciso di studiare Storia all’Università, mentre Jacopo Formaioni, classe 1987, dopo il classico si è iscritto a Lettere moderne ed è poi diventato giornalista. «Del liceo ho un bel ricordo. Certo, non era facile, siamo partiti in 28 e siamo arrivati in 17, ma sono stato bene. Le materie del classico danno una base culturale che forse oggi manca. Peccato non ci sia più».
Claudia Guarino
Ci si può chiedere se sia utile studiare latino, greco e filosofia o se non sia meglio indirizzarsi su materie scientifiche. Oppure ci si può domandare il perché di un’iscrizione al liceo classico, quando ci sono istituti tecnici o licei scientifici che possono garantire una conoscenza specialistica maggiormente spendibile nella vita.
Il dibattito è di vecchia data, ma da qualche anno, a Piombino, la quarta ginnasio del liceo classico non si forma, per carenza di iscritti, nonostante quest’anno ci sia, probabilmente, una possibilità al Leon Battista Alberti, scuola paritaria in cui bastano cinque adesioni per creare una classe.
Ma cosa pensano del liceo classico i suoi vecchi studenti? Che ricordo hanno del Carducci di Piombino e qual è il bagaglio che la scuola ha permesso loro di costruirsi? «Sono studi che forniscono un’apertura mentale importante. Mi hanno insegnato ad affrontare una situazione considerando più punti di vista e valutandoli in maniera disinteressata. Questi sono elementi che uso quotidianamente, anche nel mio lavoro di adesso». Giovanni Carpino è il direttore degli stabilimenti piombinesi di Arcelor Mittal, ha studiato al liceo classico e, successivamente, ha affrontato la facoltà di Ingegneria. «I primi tempi sono stati difficili – dice -, perché mi mancavano alcune basi, ma per fortuna ero abituato a studiare e avevo una certa elasticità mentale». Del Carducci degli anni 80 Carpino ha un ricordo positivo. «Mi è rimasto in mente soprattutto l’entusiasmo degli insegnanti, come quello del professor Mascia e della professoressa Olivetti». Sulla preparazione degli insegnanti concorda anche Carlo Torlai, il quale attualmente ricopre posizioni di vertice alla Compagnia Portuali e alla Tuscany Terminal srl. «I docenti – dichiara – erano coinvolgenti e molto preparati. Io ho frequentato il classico dal 1971 al 1976 e ho dei ricordi molto belli, forse anche perché sono legati al periodo della gioventù, ma era comunque una scuola d’eccellenza. Perciò mi dispiace che, ad un certo punto, non si siano più formate classi».
Sulla possibilità della creazione di un ciclo di studi al Leon Battista Alberti, Luca Rossi, ex classicista e attualmente dedito al lavoro di addetto stampa, ritiene che «sarebbe meglio che il classico fosse pubblico, perché tendo a pensare che la scuola debba rimanere tale».
Carpino, Torlai e Luca Rossi appartengono alla generazione di coloro che hanno frequentato il liceo classico negli anni ’70 o ’80. Poi c’è anche chi, come Mattia Rossi, proviene da una delle ultime classi, dopo le quali il classico Carducci, a Piombino, ha cessato di esistere. «Lì per lì – dice - è stata un’esperienza terribile, ma poi ho capito che mi ha fatto bene. Mi ha insegnato il senso del dovere e l’umiltà. Era inoltre una scuola molto impegnativa dalla quale ho imparato a non arrendermi mai e a saper far tesoro degli errori. Molte nozioni non le ricordo più, ma la forma mentale maturata durante gli anni del liceo è rimasta scolpita in me fino a ora. E’ un peccato che il classico non sia più a Piombino, sarei comunque contento se si formasse una classe nel privato, anche perché mi sembra che la scuola pubblica abbia puntato su altri indirizzi. D’altra parte, negli anni delle superiori avevo l’impressione che il Carducci di Piombino, all’esterno, avesse una cattiva nomea. Spaventava perché si diceva che fosse molto difficile e che parecchia gente mollasse».
Mattia Rossi ha poi deciso di studiare Storia all’Università, mentre Jacopo Formaioni, classe 1987, dopo il classico si è iscritto a Lettere moderne ed è poi diventato giornalista. «Del liceo ho un bel ricordo. Certo, non era facile, siamo partiti in 28 e siamo arrivati in 17, ma sono stato bene. Le materie del classico danno una base culturale che forse oggi manca. Peccato non ci sia più».
Claudia Guarino
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