Il Tirreno

Max, il mago delle vele in volo sulla Luna Rossa

di M. Antonietta Schiavina
Max, il mago delle vele in volo sulla Luna Rossa

Quarant’anni, di Populonia, ha lasciato il suo paese per rincorrere una carriera da sogno. Dopo le esperienze in Coppa America ha messo su famiglia a Valencia dove lavora in proprio

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A ventidue anni avevo una fidanzata, giocavo a calcio nel Salivoli, facevo il carpentiere e il fabbro con soddisfazione e pensavo: “Cosa potrei volere di più dalla vita? ”. Poi il destino ha fatto in modo che tutto cambiasse e io mi sono lasciato guidare, con la curiosità ma anche con la consapevolezza che l’occasione che mi stava capitando era unica e irripetibile. Un colpo di fortuna da non lasciarsi scappare.

Maximiliano Valli, quarant’anni, originario di Populonia, velista per Luna Rossa e per Oracle, ma anche imprenditore in proprio in campo velistico, racconta così il percorso che lo ha portato in giro per il mondo e soprattutto in Spagna, a Valencia, dove ha messo su casa e famiglia, senza dimenticare la sua terra toscana, il posto dove il trascorrere del tempo non ha cancellato la magia e dove può tornare in ogni momento, sapendo che ad aspettarlo ci sarà sempre qualcosa e qualcuno.

Qual è stata l’occasione che l’ha portata ad occuparsi di vele e di regate?

«Nel 2000 mia madre, che allora lavorava a Punta Ala, conobbe la responsabile della veleria di Luna Rossa. Stava cercando il classico garzone di bottega, qualcuno che mettesse a posto il container delle vele, che fosse disponibile a lavorare sodo e non costasse molto. Flavia, così si chiamava, sapendo che mi occupavo di legno e ferro e che avevo una certa capacità manuale, spiegò a mamma che se avessi voluto avrei potuto fare un’esperienza di sei mesi in Nuova Zelanda con il suo team. E lei me lo riferì lasciando a me la decisione di accettare o meno».

Accettò?

«Chiesi qualche giorno per pensarci e poi dissi di sì. Mi fecero un contratto di sei mesi e tanto per farmi capire che il mio sarebbe stato un impegno tosto, mi imposero di iniziare il primo maggio, proprio nel giorno della festa dei lavoratori. Passai l’estate mettendo a posto il container delle vele, gli scaffali e a imparare come si riparavano le vele. Poi, quando il team si trasferì in Nuova Zelanda per la regata, andai anch’io».

Nessun timore a spostarsi dall’altra parte del pianeta senza la famiglia?

«Timore no, dubbi sì. Però, una volta presa la decisione, non sono più tornato sui miei passi».

In famiglia come l’hanno presa?

«Babbo mi disse: “Ricordati che i treni passano una volta sola nella vita e bisogna salirci, senza vergognarsi di scendere se il viaggio poi non è quello che ci si aspettava». E anche mamma mi appoggiò, pur con tutte le paure che una madre può avere nel mandare un figlio allo sbaraglio... I miei genitori sono sempre stati presenti nelle mie scelte, pur lasciandomi la libertà di decidere. E sia per “Luna rossa”, sia quando a 14 anni, nel momento fantastico del calcio, io che giocavo a pallone fin da bambino, andai prima a Modena e poi a Torino per dei provini, non hanno mai cercato di impormi la loro volontà».

Il suo datore di lavoro invece come ha reagito quando gli ha comunicato che lo abbandonava per volare in Nuova Zelanda?

«Da vero amico. Capì l’opportunità che mi si era presentata e mi invitò a provarci, aggiungendo che, se mi fossi pentito, un posto per me da lui ci sarebbe sempre stato”.

Aveva anche una ragazza.

«Si, ma l’occasione era troppo importante perché vi rinunciassi, così ho preferito rinunciare a lei».

Cosa ha provato quando si è ritrovato da solo dall’altro capo del mondo?

«La mia non è stata una sofferenza perché la scelta non era quella di prendere le valigie e andare in Nuova Zelanda per restarci, ma solo di passare 5 mesi là, un mese a casa e altri cinque mesi a Punta Ala, quindi la svolta è stata lenta e indolore. Il team della Coppa America è una mega famiglia, una specie di Grande Fratello: da 100 a 150 persone che lavorano insieme per raggiungere lo stesso scopo e io per tutti ero “il bambino” da coccolare e proteggere».

E una volta terminata la Coppa America?

«Sono andato in giro per l’Australia da turista. Poi, tornato in Italia – nel frattempo mi ero legato a una ragazza di Arezzo, reduce come me dalla Coppa America – sono andato a convivere con la mia nuova fidanzata e ho ripreso anche fare il mio mestiere di fabbro a Santa Croce sull’Arno».

Mestiere che poi non ha continuato.

«No. Nell’aprile 2004, mi hanno richiamato quelli di Luna Rossa. Volevano che andassi a Valencia dove stavano ricominciando i lavori per la nuova Coppa America. Così ripartii alla volta della Spagna, dove restai per un lungo periodo, iniziando anche a lavorare come autonomo per clienti privati».

E la storia con la ragazza di Arezzo?

«Finita per motivi di lontananza».

Una volta a Valencia però Cupido ha colpito ancora.

«Ma questa volta la storia era importante, tanto che ha superato anche la prova lontananza, quando nel 2008 fui chiamato da Oracle, un team velico statunitense, per la coppa America del 2010... Tornato in Spagna sono andato a convivere con la mia nuova compagna e ho iniziato a lavorare per conto mio come velista, entrando anche in un’azienda come responsabile della veleria. Un impegno che è durato quattro anni. Nel frattempo era nato Diego, il nostro bambino, e dovevo fermarmi per fare il papà».

In che cosa consiste oggi esattamente il suo lavoro?

«Costruisco vele per le barche, le riparo, mi occupo della manutenzione. Ho il mio container, la macchina da cucire portatile, la mia tenda, e seguo la barca dall’inizio alla fine delle regate. Quando sto fermo - ora che sono papà viaggio al massimo 150 giorni l’anno – lavoro in un piccolo laboratorio artigianale dove ho tutti gli attrezzi del mestiere, comprese le macchine da cucire, indispensabili. Nel tempo sono riuscito a costruirmi un buon curriculum, ho clienti che si fidano di me e guadagno il giusto per vivere bene, ma anche per mettere da parte qualcosa. Questo mi basta, perché contrariamente a chi vive per lavorare io preferisco lavorare per vivere».

Quante volte torna a Populonia durante l’anno?

«Minimo due. A Natale e ad agosto non posso mancare. Per i miei genitori, per portare il bambino da loro, ma anche per me».

Girando il mondo è riuscito a coltivare le amicizie dell’infanzia o le ha perse nel tempo?

«Le ho mantenute e sono il loro magnete: tutte le volte che vengo ci ritroviamo come ai vecchi tempi. Ognuno di noi ha la propria vita, la famiglia, il lavoro, ma quando arriva Max è d’obbligo una cena».

Sono amici di scuola?

“Soprattutto di Populonia. Bambini ora uomini che hanno giocato con me per tanti anni, con i quali, anche se le nostre strade si sono divise, il sentimento è rimasto intatto... La differenza fra vivere in un piccolo borgo o in una grande città, a parte l’ambiente, la fanno gli amici».

Non rimpiange di non essere riuscito a diventare un calciatore?

«No. È andata bene così. Ho sempre avuto i piedi per terra e mi reputo una persona fortunata, anche se quello che ho me lo sono sudato: non è facile restare in primo piano nell’ambiente della vela, bellissimo ma difficile e faticoso, e il fatto di esserci riuscito pur non avendo mai avuto una gran voglia di studiare, è davvero una conquista».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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